Alzarsi e correre
Estate 2010. L’Italia del calcio fu eliminata al primo turno del mondiale sudafricano. Anche allora si parlò di vergogna, secondo quel vezzo insopportabile che ci porta a considerare vergognosa ogni sconfitta.
Al tavolo di Amalia era un rubrica settimanale che usciva sul Il Golfo, quotidiano cartaceo di Ischia e Procida.
Scrissi questo pezzo che mi sembra molto attuale, anche se le circostanze sono un pochino diverse.
Ricordo che quando mio padre ebbe il giornale tra le mani, lesse subito l’articolo. Poi si alzò faticosamente dalla sua poltrona e andò a farsi una passeggiata nei dintorni. Era il suo modo di reagire agli insopportabili dolori che lo accompagnarono nell’ultima parte della sua vita. Morì pochi mesi dopo.
Da Il Golfo 4 luglio 2010
Giusto una ventina di giorni fa, mi ero presentata tutta baldanzosa al nostro tavolo. Ero stata contenta di aver trovato anche Antonio, un amico che di tanto in tanto prende un caffè con noi. Gli avevo rivolto una domanda carica di speranza: “Che facciamo stasera?”. Amalia era saltata dalla sedia: “Uè, ma che ti sei messa in testa?” Mi era bastato poco a tranquillizzarla: “Parlavo della Nazionale!”. “Ah va bene allora! – aveva risposto – A me il calcio proprio non interessa, ma quando gioca la Nazionale, guardo anch’io la partita”.
Eh già … la Nazionale è la Nazionale e riesce ad appassionare e coinvolgere proprio tutti, perfino Amalia. Antonio intanto aveva sentenziato. “L’Italia non ce la farà a vincere stasera … e non andrà lontano in questi Mondiali”. Diciamolo pure: fin dall’inizio questa è stata la convinzione dominante. Eppure eravamo in tanti a sperare. Antonio però è sempre stato tra i più pessimisti. E infatti, dopo la fatidica eliminazione, si presenta sorridente al nostro tavolo a… riscuotere i suoi caffè. Non posso fare a meno di commentare: “Anto’… te facesse ‘na faccia ‘e schiaffi!”. E lui di rimando: “Io sono stato solo realista”.
I commenti al nostro tavolo sono stati dello stesso tenore di quelli sentiti un po’ dovunque. “Vergogna” è la parola più diffusa e ripetibile. Ma c’è stato anche chi si è spinto oltre: “A me non piace mai il gioco dell’Italia. Anche quando ha vinto, non mi è mai piaciuta!”. Eh già… quando l’Italia perde, sono in molti a scoprirsi esterofili. Anche io ho faticato a digerire la delusione per non essere riusciti a raggiungere neanche un traguardo minimo. E però … scusatemi… davvero non riesco a capire la parola “vergogna”, tanto diffusa nei bar, per le strade, in televisione, sui giornali.
Francamente ho il sospetto che i motivi per cui vergognarsi in questo Paese siano ben altri. E soprattutto, perché mai dovremmo vergognarci per una sconfitta su un prato verde? “Perché eravamo campioni!”, mi fa notare qualcuno. Sì, appunto, eravamo campioni … E tutti quelli che si sono sfogati rivolgendo all’allenatore della Nazionale gli epiteti più irripetibili, hanno dimenticato evidentemente che questa stessa persona solo quattro anni fa aveva guidato l’Italia alla vittoria finale. Quanta gioia allora!
Eh già… perché la Nazionale di calcio è forse l’unica cosa che riesce a far gioire ed esultare l’Italia … tutta intera! Quando l’Italia vince ci riversiamo tutti per strada… e festeggiano anche quelli che il calcio proprio non lo sopportano. Peccato che basti una sconfitta a farci dimenticare tutto. Quell’abitudine a correre per strada a strombazzare, era cominciata tanti anni fa, quando l’Italia vinse in Messico l’ormai memorabile sfida con la Germania. Eravamo stati in tanti a seguire quella partita nel cuore della notte, davanti al piccolo schermo. Sì… perché il televisore allora era davvero piccolo e per giunta in bianco e nero.
Ero piccola allora, ma avevo un’età che oggi mi consente di dire: “Io c’ero!”. C’ero e ho gioito, esultato. Era stata una gioia indescrivibile. Eppure anche in quel caso, bastò una sconfitta, quella della finale con il grande Brasile di Pelé, a farci dimenticare tutto. E infatti quegli Azzurri, arrivati secondi, furono accolti a Fiumicino con il lancio di pomodori di un nutrito gruppo di tifosi inferociti. “Allora però era tutto diverso”, mi fanno notare in tanti. “Oggi i calciatori sono superpagati e non hanno gli stimoli di una volta”. Beh, per la verità non è del tutto vero. Anche allora i calciatori guadagnavano tanto in proporzione ai tempi. Erano comunque una razza privilegiata.
Strano davvero che ci si ricordi dei guadagni stratosferici dei calciatori solo in occasione delle sconfitte. Ed è un peccato che le sconfitte ci facciano dimenticare quelle gioie che ci ha regalato la Nazionale. Non si vive di ricordi, è vero. Ma dovremmo pur ricordarci che non è possibile vincere sempre. In fondo le sconfitte sono necessarie. Perché sono proprio le sconfitte, per quanto amare e dolorose, a farci assaporare fino in fondo il gusto della vittoria.
Si perdeva e si vinceva anche nei tempi più romantici del calcio, quelli che in molti ricordano con nostalgia. E in quegli anni c’erano anche cronisti della radio e della TV che, senza diavolerie tecnologiche, erano in grado di farti vivere al meglio quelle emozioni. Uno di questi era Niccolò Carosio, lo ricordate? Era uno di quelli che commentava con precisione e ironia le gesta di Rivera e di Mazzola. Una volta, commentando una caduta di Rivera – giocatore eccezionale, ma che troppo spesso crollava al suolo – Carosio esclamò: “Rivera, poche storie! Alzarsi e correre!”. Perché dopo una caduta o una sconfitta, o anche dopo una bocciatura o una insufficienza a scuola, non ci si può abbattere. E tanto meno si può pensare alla vergogna. L’unica cosa da fare è: alzarsi e correre! Vero ragazzi?
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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