Quel giorno al S. Paolo
Perché parlare di calcio? Semplicemente perché è una mia passione, contrastata, sofferta, ma comunque una passione.
Il calcio oggi è al centro di tante discussioni. Negli ultimi anni muove troppi soldi, troppi interessi. Gli appassionati, delusi e frastornati da un modo che somiglia sempre più a una squallida piazza affari, si rifugiano nella nostalgia.
In questo post voglio raccontarvi l’emozione che provai da giovanissima sugli spalti dello Stadio S. Paolo, oggi dedicato a Maradona. Il Napoli perse rovinosamente. Ma la reazione del pubblico fu strabiliante. Avevo pubblicato questo racconto nel vecchio blog. L’ho riproposto di recente in un gruppo social di tifosi nostalgici, riscuotendo grande interesse. Qualche vecchio tifoso mi ha anche fatto notare che avevo confuso Filippi con Vendrame. Questione di chiome al vento. Ringrazio quei tifosi.
Intendiamoci: neanche all’epoca il calcio era un’isola felice. Ma forse era un pochino più genuino.
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Ero in curva A
In un bel pomeriggio di primavera del 1978 allo stadio S. Paolo si gioca Napoli-Vicenza. Era ancora lo stadio dei 100 mila cuori. Io ero in curva A, lì dove il sole proprio non ti infastidisce. Il Napoli, nato sulle ceneri della squadra del miracolo di Luis Vinicio, si era presentato ai nastri di partenza del campionato tra le favorite per lo scudetto. Ma succedeva spesso in quegli anni, anche se poi le promesse erano sempre disattese.
Al centro dell’attacco ancora Beppe Savoldi, mister due miliardi, quello che doveva essere “il Riva del calcio che cambia” ma che combinò davvero poco. Aveva solo rovinato la squadra di Vinicio, dissero poi in tanti. In panchina sedeva Gianni Di Marzio. Quell’anno era il Vicenza la squadra del miracolo. G.B Fabbri aveva messo insieme una squadra di giovani, davvero spettacolare. Paolo Rossi, che poi divenne Pablito. Guidetti e Vendrame (leggi: Filippi), che poi vestirono la maglia azzurra, facevano faville.
Comincia la partita ed è subito gol. Segna Vinazzani e sembra fatta. Ma ecco che succede qualcosa. Il Vicenza sale in cattedra e segna 1, 2,3,4 volte. Finisce 1-4, il Vicenza straripa. E il pubblico del S. Paolo applaude. L’applauso sconfina nell’ovazione. Al Napoli bordate di fischi.
Ricordo ancora i discorsi in Cumana al ritorno dallo Stadio: “Ma che squadrone il Vicenza!“.
Non è stato un caso isolato al S. Paolo. Il pubblico applaudì un giovanissimo Roberto Baggio che fece un gol spettacolare con la maglia della Fiorentina. E ancora applausi a Quagliarella per un gol strepitoso con la maglia dell’Udinese. In molti ricordano l’applauso forte e sentito al Milan di Sacchi che letteralmente strappò agli Azzurri uno scudetto che sembrava ormai vinto. E in tempi più recenti il pubblico del S. Paolo tributò un applauso forte e bellissimo al Napoli di Mazzarri che soccombendo contro l’Udinese, dovette dire addio allo scudetto del 2011.
In molti si stupiscono: come mai si applaude dopo una sconfitta? Nel calcio, almeno in Italia, non è consueto. Me lo sono chiesta tante volte anche io. Un’amica tempo fa mi disse: “I Napoletani hanno dentro la cultura greca, capiscono e apprezzano la bellezza“. Interpretazione bella e romantica che tuttavia non mi convince. Io credo piuttosto che tutto questo sia il frutto dell’abitudine alla sconfitta. Il Napoletano applaude l’avversario quando si accorge che è davvero superiore e applaude la propria squadra quando sente che ha dato l’anima per evitare quella sconfitta che sembra l’ineluttabile scherzo del destino.
In ogni caso, io mi sento di applaudire il S. Paolo.

altavolodiamalia.com
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco e scrivo in italiano per il web


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