Ci gridavano Colera, Colera
Ecco il secondo post dal vecchio blog. Vi consiglio di leggere il precedente Napoli: il colera e Vinicio per rivivere l’atmosfera che si era creata anche a Ischia in quei mesi. I contenuti sono aggiornati
Alla metà del settembre di quel 1973, mentre l’epidemia imperversava, arrivò una buona notizia. Ci sono i vaccini! Subito mio padre, il dottore, ci spiazzò. “Non è un vaccino – disse sorridendo – non esiste un vaccino per il colera. E’ solo una medicina che rende l’organismo più forte. Non è detto che chi fa l’iniezione non contrae la malattia. Ha solo minori possibilità di contrarla”. E concluse: “Certo, è sempre meglio farla”. Era una strana iniezione per la verità. Bisognava farla in due volte, sul braccio, a distanza di una decina di giorni l’una dall’altra. Io ero terrorizzata. Ma non era la sola. Allo studio di mio padre la folla era immane. Tutti in fila per la preziosa puntura.
Ma, cosa davvero strana, ad essere terrorizzati non erano solo i bambini e i giovanissimi come me. Anche adulti e gente vissuta, che ne aveva viste di tutti i colori, aveva tremore alle gambe. Tanto che diverse persone … puffete … svenivano. Mia nonna, che viveva nell’appartamento attiguo allo studio medico, era pronta a correre con il bicchierino di liquore. Non vi dico il mio terrore … Poi però qualcuno mi disse: “Se fai l’iniezione, ti porto al S. Paolo a vedere il Napoli”. E il mio terrore svanì.
Avevo sempre desiderato andare al S. Paolo. E quella stagione 1973-74 sembrava aprirsi secondo i migliori auspici. Era arrivato un allenatore coraggioso, Vinicio, che da calciatore si era meritato il soprannome di “o’ lione”. Portò idee completamente nuove: “calcio totale, calcio spettacolo”. Il “libero”, colonna del calcio italiano dell’epoca, non serviva, doveva stare in linea con i difensori. Era il portiere che nella fase di attacco doveva fare da libero stazionando ai limiti dell’area di rigore. I risultati almeno all’inizio sembrarono fantastici.
Le prime apparizioni in precampionato e Coppa Italia suscitarono ammirazione. In un’epoca in cui i soldi cominciavano a dettare legge, quella squadra, quel gioco, furono costruiti con giocatori quasi sconosciuti o comunque scartati da altre squadre. C’era Carmigniani, ad esempio, buttato via dalla Juve, e poi Esposito e Orlandini che alla Fiorentina non servivano più, La Palma, un giovane che veniva dal Brindisi. E soprattutto in attacco c’era Sergio Clerici, un attaccante brasiliano proveniente dalla Fiorentina, che sembrava ormai vecchio e inutile. Quella squadra, che non era costata quasi niente, cominciò a vincere e a stupire.
E intanto, negli stadi di tutta Italia, quel Napoli così bello e vincente era accolto dal grido “colera, colera”. Si voleva insultare Napoli e i Napoletani? Forse. Ma io credo che se il colera faceva paura, ancor più paura metteva quel Napoli che, con pochissimi soldi, rischiava di vincere.
Il giocattolo si ruppe quando un paio di anni dopo Ferlaino, presidente del Napoli, volendo dimostrare chissà cosa, acquistò Savoldi dal Bologna, pagandolo 2 miliardi di lire. “Napoli Milionaria”, “Napoli dai palloni d’oro”, titolarono i giornali. Savoldi era un grande attaccante, ma era troppo statico, nel Napoli di Vinicio non serviva a niente. E la grande favola svanì per la voglia di spendere soldi. Il calcio è una metafora della vita!
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