Napoli: il colera e Vinicio
- Il coronavirus mi ha riportato alla memoria il colera degli anni ’70 a Napoli. Ho recuperato due post dal vecchio blog. Qui di seguito il primo. Il contenuto è aggiornato
Era la fine di agosto del 1973. D’improvviso la radio e la TV ci svegliarono dal tranquillo torpore estivo. “Presunti casi di colera a Napoli”. Il COLERA? Mamma mia! Non si capì più niente. Ischia era piena di napoletani che stavano per terminare le loro vacanze e rientrare a casa. La loro preoccupazione era palpabile, ma non erano gli unici ad avere paura. Anche perché giornali e TV continuavano a incalzare.
Si diceva che all’Ospedale Cotugno di Napoli si moltiplicavano i ricoveri. Le spiagge di Ischia erano ancora affollate, ma nessuno osava fare il bagno. Il mare era considerato un mezzo di diffusione. La paura cresceva, anche perché i sintomi della malattia sono abbastanza comuni: febbre e diarrea. E così ogni “mossa di viscere” estiva diventava uno squillo di tromba, un allarme generale che coinvolgeva la famiglia e pure il vicinato.
Ci si chiedeva: come possiamo difenderci? E soprattutto: cosa possiamo mangiare? Casa mia, la casa del dottore, era presa d’assalto. Il telefono squillava in continuazione, lo studio medico era sempre affollatissimo. A volte mio padre organizzava delle mini-conferenze in sala d’aspetto per diffondere notizie. “A tutti quelli che sono qui per chiedere informazioni sul colera – esordiva – state tranquilli. Non è una malattia così grave oggi, la si cura facilmente. In ogni caso per prevenirla basta attenersi alle regole d’igiene più elementari e poi mangiare cibi ben cotti, soprattutto le verdure. Per prudenza meglio evitare latte e formaggi freschi. E soprattutto evitate i frutti di mare”. Poi però spuntava la domanda: “Dotto’, il prosciutto me lo posso mangiare?”. Sì, si aveva paura. Soprattutto si aveva paura di non poter mangiare. La malattia aveva evocato la fame, la miseria, tutto quello che a Ischia non si voleva più ricordare…
In settembre, dopo l’assalto alla gammaglobulina, l’allarme piano piano cominciò a rientrare. Ma a Ischia si continuava ad avere paura. “Tanti turisti italiani e stranieri hanno disdetto le prenotazioni per settembre“, era l’allarme diffuso che si propagava per le strade. Le attività turistiche che ormai avevano preso piede, soffrivano. E così, alla paura della malattia, subentrò la paura di non poter guadagnare. Qualcuno arrivò a sostenere che l’epidemia era stata solo un’esagerazione di Radio, TV e giornali… “Ci sarà stato pure qualche caso, però …“.
A Napoli comunque l’epidemia ebbe qualche effetto benefico: le strade erano più pulite, cozze e vongole non si allevavano più nella merda. Ischia invece rimase intontita. Si temeva un ritorno al passato. Intanto in tutta la provincia di Napoli le scuole aprirono con un mese di ritardo. Si cominciò il 5 novembre.
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