Il dottore va in pensione
Il 26 agosto il dr. Giorgio Mattera va in pensione. Per anni è stato – anche – il mio medico. È l’occasione giusta per dedicargli un pensiero.
Caro dottore,
È arrivato il momento di voltare pagina, di mettere da parte ricettari, timbri e firme, di rallentare un pochino la corsa. È un momento che tutti desiderano e temono. È il momento in cui ci si chiede: “… e ora?”.
Avvertirai un vuoto, è inevitabile. Il telefono, l’ossessione di tanti anni, squillerà un po’ di meno.
Per una strana coincidenza questo momento arriva alla fine di una caldissima estate. Già… l’estate, una stagione che non hai mai amato, eppure è sempre stata determinante nella tua vita.
In un’estate di tantissimi anni fa decidesti di iscriverti a Medicina, facoltà lunga, difficile, costosa.
Non sapevi come avrebbero preso la decisione i tuoi vecchi. Loro furono sorpresi, ma anche contenti e orgogliosi.
Sapevi che ti saresti dovuto arrangiare per tante cose, dovevi industriarti – come amavi dire – per superare le difficoltà pratiche. Dovevi risparmiare anche sull’impensabile. E d’estate, dopo aver riposto i libri, correvi a lavorare. Quell’anno da cameriere in discoteca, è da incorniciare. 40 giorni senza mai dormire. E l’anno dopo, no, niente discoteca, meglio un posto da portiere di notte. Tanto del sonno si può sempre fare a meno.
D’estate è arrivata anche la Laurea, in un caldissimo giorno di luglio, a Napoli. In un’aula strapiena di genitori elegantissimi e di giovani impettiti, tu eri solo, con pochissimi amici. Troppo caldo per i tuoi vecchi già sofferenti. Ti avrebbero aspettato a casa.
In quella caldissima estate, arrivò per la prima volta quella domanda: “E ora?”. Bisognava industriarsi per capire come fare il medico. Così cominciò il periodo di apprendimento con il vecchio Dottore. Tu eri lì, alle sue spalle, a copiare le ricette su una vecchia agenda, ad ascoltare, ad apprendere come si parla con un paziente. “Lascia parlare il paziente – ti diceva sempre – sarà lui a guidarti alla diagnosi”. E tu imparavi ad ascoltare.
D’estate arrivò anche il primo incarico alle Terme, allora zeppe di Tedeschi. Sei riuscito perfino a imparare qualche parola di quella lingua ostica e sconosciuta. Loro, i Tedeschi, ti capivano e apprezzavano.
Era estate, ma non c’era spazio per il divertimento. Bisognava industriarsi.
Succedeva qualcosa di strano, però. Tra la gente di Ischia che cominciava a conoscerti e apprezzarti, qualcuno mugugnava: “Che cos’è quella barba? Un residuo del ’68?”. Avevi l’aspetto dell’estremista di sinistra, che non sei mai stato. “L’abito a Ischia fa il monaco“, ti diceva il vecchio Dottore, spiegandoti che era il caso di disciplinare quel barbone incolto. E tu piano piano hai acconsentito, riducendolo notevolmente. Deve esserti costato tanto. Quella barba incolta era per te un simbolo di libertà. Ma bisogna industriarsi per lavorare.
Eppure piano piano la gente scopriva che dietro quella barba esisteva una persona pronta all’ascolto, dotata di una particolare sensibilità per le persone anziane. Quando d’estate arrivò la convenzione che ti permise di diventare medico di famiglia, i pazienti non badavano più alla barba che intanto era sempre più corta. Avevano scoperto in te il dottore con la parola giusta, efficace, magari determinata.
Poco dopo hai fatto un altro passo avanti. Ti sei specializzato in Cardiologia, ma per quanto lo studio era stato difficile e pesante, non te ne sei curato più di tanto. Tu volevi fare il medico di famiglia, il medico della gente, non lo specialista. E, da quello che vedo, ci sei riuscito bene.
Quando ai primi di luglio hai affisso nello studio il cartello con il quale annunciavi il tuo ritiro, molti pazienti hanno mormorato: “ E mo’ comme facimme?”. In tanti fino all’ultimo non si sono mossi, sono rimasti lì nella speranza che succedesse qualcosa, come quando il Napoli segna un gol all’ultimo respiro, cambiando le sorti della partita. Ma tu sei tifoso dell’Inter, sei per la programmazione, non cambi idea all’ultimo secondo. D’altra parte eri stanco, non del lavoro o della gente, quanto della burocrazia che ha invaso tutto. “Non ho più la possibilità di parlare con i pazienti”, dicevi sempre. La medicina è cambiata, è cambiato il mondo.
Ma come hai scritto nel cartello, non smetterai di essere medico. Essere medici è una filosofia di vita che ti permette di provare, provare e ancora provare a vincere contro il male, finché la natura e la vita stessa non dicono che è il momento di dire basta.
In questi anni hai vissuto anche momenti dolorosi. Hai perso per strada amici e compagni di viaggio, qualcuno perché vittima di un destino crudele, qualcun altro perché ti ha voltato le spalle. Ma anche nel dolore, hai saputo industriarti per reagire. La vita è fatta anche di queste cose e va vissuta fino in fondo.
Oggi, alla fine dell’avventura, ti tornerà in mente quella domanda: “… e ora?”. Ora è il momento di industriarsi per cominciare a vivere, per ridere e scherzare, per concederti un po’ di leggerezza e qualche ora di sonno.
Forza dotto’, ce la farai. In fondo è ancora estate. Amala
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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Cari Giorgio e Laura,
İ miei più cari auguri per questo periodo “nuovo” per entrambi. Giorgio, capisco i pazienti, ai quali certamente mancherai perché sei una persona attenta e disponibile, ma ora è tempo di avere spazio per te e per le persone e le cose che ami. Auguriauguriauguri
Con affetto
Michela
Grazie Michela!
Speriamo di rivederci presto