Germana Amaldi: la vita in un sorriso/2
Nell’articolo precedente, abbiamo lasciato ⇒ Germana Amaldi in un momento delicato. È appena tornata a Milano dopo un soggiorno importante in Sud Africa. La scomparsa del padre la costringe a modificare i progetti di vita
Ecco come prosegue la nostra chiacchierata
La scomparsa di tuo padre comporta una svolta nella tua vita.
“Dovevo trovare lavoro e in fretta, non c’era più tempo per le lacrime. Del resto le avevo versate già tutte. La morte di mio padre, oltre al dolore, aveva causato una situazione di necessità. E così, consultando gli annunci del Corriere della Sera, trovai un’inserzione di uno studio legale italo-americano che era stato aperto da poco. Cercavano una segretaria con ottima conoscenza della lingua inglese”.
Tu avevi frequentato il liceo linguistico e avevi perfezionato l’inglese in Sud Africa. Un lavoro su misura per te.
“Eppure pensavo fosse noioso. Quando si pensa a uno studio legale, s’immaginano pile di carte polverose. Ma quello era uno studio giovane e dinamico. E infatti quell’attività mi appassionò. Cominciai a entrare in confidenza con il diritto italiano e con quello americano, facevo traduzioni dall’italiano all’inglese che poi gli avvocati americani revisionavano”.
Ed è lì che hai scoperto il mondo della traduzione.
“Proprio così. Poco dopo si pose il problema delle traduzioni giurate. Uno degli avvocati mi propose di entrare in un’associazione in modo da poter accedere più facilmente all’albo dei Consulenti Tecnici d’Ufficio del Tribunale di Milano. Conosceva ANITI e mi propose di presentarmi lì”.
E qui comincia un’altra storia che approfondiremo più avanti.
Ma proprio grazie all’attività in quello studio legale, sei stata a New York.
“Ci sono andata diverse volte. La prima nel 1971, quando chiesi agli avvocati di poter fare un’esperienza lavorativa nel loro studio americano. Accettarono volentieri e così ho avuto l’occasione di lavorare per diverso tempo nella prestigiosa Wall Street”.
Deve essere stata un’esperienza importante da un punto di vista professionale.
“Anche da un punto di vista umano – precisa Germana – New York è una città dinamica. A differenza del Sud Africa, non esistevano problemi razziali. Bianchi e neri erano ben integrati. Ho potuto stringere molte amicizie. Ma soprattutto New York mi è rimasta nel cuore perché somiglia molto a Milano”.
Davvero?
“Sì, a New York mi sento quasi a casa. È una città che produce e che corre anche più di Milano”.
Bello correre, l’importante è che si corra nella direzione giusta. Ogni tanto Milano e New York sembrano perdersi.
Il capitolo viaggi è di fondamentale importanza nella tua vita.
“Certo. I viaggi ti arricchiscono, ti permettono di entrare in contatto con persone diverse, ti aprono la mente”.
Proprio in quegli anni, tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, l’Italia e l’Europa vivono le rivolte giovanili. A Milano il movimento studentesco è forte e vivace. Tu però racconti soprattutto la tensione che si viveva nel capoluogo lombardo. Le bombe, le minacce.
“Non ho vissuto i movimenti studenteschi in prima persona perché mio malgrado non ho potuto frequentare l’università. Forse per questo non sono mai riuscita a capire a fondo le motivazioni delle proteste giovanili. Di quel periodo però ricordo bene il terrore qui a Milano”.
Eppure tu da giovanissima ti sei resa protagonista di un episodio di protesta, anche se molto pacato. Frequentavi il Liceo linguistico Manzoni, vero?
Al solo ricordo, Germana sorride: “La Scala aveva aperto le porte per un matinée dedicato alle scuole, come facevano spesso i teatri. Era il 1965, le grandi proteste erano ancora lontane. L’abbigliamento doveva essere adeguato alla circostanza. Quel giorno scattò in me un’idea di protesta. Perché vestirsi bene solo per andare a vedere uno spettacolo? La Scala doveva essere aperta a tutti, ricchi e meno ricchi, con abiti firmati o acquistati sulla bancarella del mercato. Fu così che volutamente non lavai i capelli e mi vestii in modo modesto.
Nessuno mi proibì l’ingresso ma, il giorno dopo, la nostra insegnante di lettere che ci aveva accompagnate e che ci dava del lei, chiamandoci ‘signorine’, mi chiese ragione del mio abbigliamento, alquanto insolito per me”.
Insomma, la tua protesta aveva comunque colto nel segno.
Una nuova svolta
Il lavoro da casa: la traduzione
A un certo punto però, la tua vita cambia. E siamo a una nuova svolta.
“Nel 1981 lascio lo studio legale e apro la partita IVA per lavorare come traduttrice autonoma. Erano nati i miei due figli gemelli. Così scelsi di lavorare da casa. Certo, mia mamma veniva ad aiutarmi, altrimenti non avrei potuto fare questa scelta”.
La tua vita però è cambiata tanto. Eri abituata al dinamismo, al contatto con la gente. Da quel momento invece sei rimasta chiusa in casa.
“Ma no! La mia vita è rimasta dinamica. I figli comportano vivacità. Poi dovevo andare dai clienti e spesso i bambini mi accompagnavano. Agli avvocati dello studio in cui ho lavorato per anni, se ne aggiunsero altri, tramite il passaparola”.
Germana ha sempre vissuto la professione del traduttore in maniera dinamica. Ma anche di questo parleremo in seguito.
Uno degli ultimi capitoli del tuo raconto è davvero toccante.
Siamo nel 1990, i tuoi figli hanno appena 9 anni, tu continui a lavorare. Cosa succede?
“Feci un’ecografia al seno, risultò un nodulo. Mi fecero subito un ago aspirato e di lì è cominciata una battaglia che è durata 23 anni”.
E si è conclusa per il meglio, ma quanta sofferenza.
“Nella prima fase rimasi diversi mesi in ospedale. La chirurgia oncologica non era come quella di oggi. Nel frattempo esplose la prima guerra del Golfo. Ma in ospedale mi chiedevo se la guerra fosse fuori dagli ospedali o dentro, se la vita vera è tra le tue mura domestiche, dove le notizie delle nefandezze arrivano attutite dalle tue comodità, o lì dentro, tra quelle mura, tra i pazienti che lottano per la propria vita e i medici e gli infermieri che si adoperano per quella degli altri … “
Confesso che leggendo queste pagine, mi è venuta giù più di una lacrima. Ma Germana ne esce con il sorriso. Proprio in quegli anni ’90 il Milan vinceva in Italia e in Europa.
“Fu un grande conforto” confessa Germana ridendo.
Noi appassionate di calcio, ci capiamo bene.
A questo punto non ci rimane che approfondire il capitolo vita da traduttrice.
Continua a leggere ⇒ Terza e ultima parte
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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