Germana Amaldi: la vita in un sorriso
Germana Amaldi è una traduttrice, milanese doc e ama Ischia. Non è mai stata sulla nostra l’isola, l’ha conosciuta solo tramite le chiacchiere e i caffè del blog.
Tempo fa mi confessò che stava scrivendo i suoi ricordi “in modo che rimanga traccia di come si viveva un tempo a Milano”. Il suo racconto è destinato alla famiglia. Eppure me lo ha inviato, con tanto di dedica. L’ho letto avidamente. E poi le ho telefonato. Per saperne di più.
Quando anni fa incontrai Germana per la prima volta a Milano, mi sentivo un po’ in soggezione. Sapevo che la sua storia professionale era importante e per quanto non fossi una traduttrice di primo pelo, avvertivo uno strano senso di malessere. Durò pochi momenti. Il sorriso con il quale mi accolse, sciolse subito la mia tensione. Dopo averla apprezzata in ambito professionale, ho avuto modo di approfondirne la conoscenza umana.
Quando mi è capitato fra le mani il suo Album dei ricordi, foto e racconti di una vita, l’ho letto tutto d’un fiato.
Germana è nata a Milano subito dopo la seconda guerra mondiale, in una città ancora sofferente. I suoi nonni avevano vissuto a lungo con tutta la famiglia (ben 9 persone) in una di quelle case di ringhiera, simbolo della Milano d’altri tempi, caratterizzate da un cortile interno e da tanti appartamenti ai quali si accede da un ballatoio. Spesso sul ballatoio era collocato un unico gabinetto che serviva a più gruppi familiari, tanto che a volte si creava la fila.
E proprio da quella casa di ringhiera che comincia la nostra lunga video-telefonata.
Quella era la Milano con il cuore in mano, la Milano della gente operosa. Che cosa è rimasto oggi di quei valori?
Germana sorride: “Pur tra mille contraddizioni, Milano è una città che continua a essere operosa. Il lavoro è un valore importante per i Milanesi”. Una risposta che esprime tutto l’orgoglio meneghino. Lei però tiene anche a sottolineare: “Quello che si rischia di perdere sono le immagini, le situazioni, il modo di vivere del passato. Di qui la mia idea di scrivere”.
In effetti in famiglia non si racconta più.
“Non è che in passato si raccontasse poi tanto, per lo meno ai bambini e ai giovani. Questo perché giovani e giovanissimi hanno lo sguardo rivolto al futuro e non hanno tanta voglia di ascoltare i vecchi. Il desiderio di scoprire il passato in genere arriva quando magari è troppo tardi e i vecchi non ci sono più”.
E c’è dell’altro: “Ai miei tempi succedeva anche che i vecchi non raccontassero troppo ai bambini. Ci sono storie familiari che apprendi solo da adulto. Se i bambini facevano qualche domanda, li zittivano: ‘ ma cosa vuoi sapere tu?’”.
Le parole di Germana sembrano sfatare il mito che vuole la famiglia di un tempo sempre raccolta intorno al tinello a raccontare.
“Può essere che i vecchi allora – precisa Germana – non volessero raccontare il dolore del passato. Quella generazione ha vissuto momenti davvero difficili”.
Sono parole che fanno riflettere. Diverse generazioni hanno pensato di dare il meglio ai figli, provando quasi a cancellare il passato, tranne poi a tirarlo fuori sotto forma di predica: eh, ai miei tempi … Una scelta che non si è rivelata giusta.
Un altro aspetto mi ha incuriosito. Tua mamma si dimostrava molto severa quando eri bambina, poi però ti è diventata complice in adolescenza. E tu nel nel 1968 a poco più di vent’anni – non ancora maggiorenne per l’epoca – sei partita per il Sud Africa, un paese molto lontano, senza possibilità di contatti facili e veloci come oggi. Questo dimostra una forte apertura mentale da parte dei tuoi, in un periodo in cui viaggiare non era per niente scontato.
“Ma sai – risponde lei – innanzitutto la mia è una famiglia di migranti. In tanti sono andati lontano. Il viaggio e l’emigrazione erano quasi una consuetudine. Poi c’è da dire che io in Sud Africa raggiunsi mio fratello che già lavorava lì da un po’. Fu lui che mi fece avere una lettera di assunzione che mi consentì di qualificarmi come immigrante e avere il viaggio pagato dalla Repubblica Sudafricana. Altrimenti non me lo sarei potuta permettere.”
E in Sud Africa ti sei trovata bene, hai perfezionato la conoscenza dell’inglese, hai subito trovato lavoro.“All’inizio ero prevenuta perché non accettavo l’idea dell’Apartheid. Poi quando sono arrivata lì, sono entrata in contatto con la gente del luogo, bianchi e neri, ho approfondito la storia del paese. E mi sono resa conto che erano le stesse persone di colore che in quel momento storico non volevano integrarsi con i bianchi. Questo deriva anche da situazioni storiche precise. “
Certo, ogni situazione va contestualizzata.
“Io avevo rapporti umani meravigliosi sia con i bianchi che con le persone di colore. Ed è stata una esperienza bellissima, da ogni punto di vista”
Purtroppo però le cose belle finiscono presto. Chi legge le tue pagine, qui si imbatte in un punto davvero toccante.
“Ero lì da sei mesi quando una sera tornando a casa trovai un telegramma con la notizia che mio padre stava male”.
E tu, dopo una notte insonne, la mattina vai in un ufficio e per prima cosa completi il lavoro che ti era stato affidato.
“Certo, era un obbligo morale. Il mio capo appresa la notizia, si adoperò subito per trovarmi un volo per il rientro”.
E dopo un viaggio lunghissimo in aereo e in treno, arrivi a Milano in tempo per salutare tuo padre pochi giorni prima che spirasse.
“Arrivai a Milano la sera in cui il Milan giocava la finale di Coppa dei Campioni”.
Il Milan vinse quella partita al Bernabeu contro l’Ajax.
“Quella vittoria fu un piccolo massaggio al cuore in momento così triste. Anni dopo, quando mi ritrovai in ospedale a combattere la mia battaglia, furono anche le vittorie del Milan a tirarmi su di morale”.
Già… il calcio è passione. E la passione è vita.
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Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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