Io al Liceo: studentessa in difficoltà
Vorrei dedicare questo pezzo alle studentesse e agli studenti in difficoltà. L’ho scritto tempo fa sul giornale di carta, ricordando un episodio di quando studiavo al Liceo di Ischia. Il motivo per cui lo ripropongo è legato a un episodio recente.
Un video divulgato sui social ci mostra una ragazza che durante un esame universitario in DAD prende una cantonata e viene mortificata dal prof. La mamma della ragazza reagisce. Mi sono rifiutata di guardare il video. Credo che molte cose siano discutibili: perché il video è stato divulgato sui social? Perché la mamma interviene? Ma qui soprattutto un aspetto mi interessa: perché un prof sente il bisogno di mortificare la ragazza? Non poteva limitarsi a bocciare?
Ecco è su questo punto che vorrei concentrarmi. A me è capitato tante volte di sentirmi umiliata dai prof, al Liceo e all’Università. E sono esperienze che non dimentico, neanche oggi che sono vecchia. Solo una cosa mi sento di dire ai ragazzi: un prof che sente il bisogno di mortificare, è una persona pessima.
Io al Liceo prendevo due
Pubblicato su Il Golfo il 17 febbraio 2012
Sono sola al nostro tavolo. Il gelo di questi giorni fa rintanare anche i più audaci. Mi siedo e, intirizzita dal freddo, aspetto il calore del mio caffè. Ripenso al bel discorso che aveva fatto la signora del tavolo accanto la settimana scorsa: “I ragazzi oggi devono svegliarsi, prendere in mano la loro vita, avere un progetto”. Già … facciamo presto a parlare noi adulti. Sembra quasi che dimentichiamo cosa siamo stati e come abbiamo vissuto.
Mi rivedo ragazzina, a 13 anni. Scelsi il Liceo Classico perché … non so perché. Forse perché non mi piaceva la matematica, o forse perché in casa tutti erano andati al Classico che allora più di oggi era la ‘Scuola per eccellenza’, o, chissà, solo perché la maggior parte dei miei compagni andava al “Classico”. Poco meno di quaranta anni fa, anch’io scelsi a caso, dunque. Proprio come fanno oggi tanti ragazzi.
Per la verità, un progetto io l’avevo, eccome. Volevo correre, giocare, fare amicizie nuove, partecipare, insomma vivere. Erano anni vivaci quelli. E i risultati? Mio Dio, se ripenso ai primi due anni al Ginnasio, mi viene ancora da piangere.
Al primo compito di latino beccai un bel 2. Netto, preciso. Non ero abituata a quel tipo di situazioni. I giudizi degli insegnanti delle Medie erano stati più che lusinghieri. Sentii il mondo cadermi addosso. “Come lo dico ai miei?”. Inaspettatamente a casa la presero con filosofia. “Non preoccuparti – mi dissero tutti – son cose che succedono all’inizio. Vedrai che riuscirai a recuperare”. Le cose, però, andarono sempre peggio. Non ne azzeccavo una, collezionavo solo insufficienze. A casa l’atmosfera si faceva sempre più pesante. Cominciavo a temere di perdere l’anno. Poi però gli insegnanti ebbero compassione. “E’ il primo anno, ci sono state difficoltà di inserimento”. Me la cavai con una sola materia da riparare a settembre.
L’anno dopo fu peggio che andar di notte. La pagella del I quadrimestre fu un disastro. 3 in storia, 4 in matematica, 4 in greco e in latino. Me la cavavo solo in italiano. Leggere, scrivere e parlare non è mai stato un problema per me. In casa i musi erano sempre più lunghi, le scenate pressoché quotidiane. Ogni volta che volevo uscire, sentivo rimbombare le stesse urla perentorie: “Mettiti a studiare, invece di andare in giro!”. Io ci provavo, ma al solo guardare i libri, mi veniva il voltastomaco. La frustrazione maggiore proveniva da quel genere di commentacci: “Ma come? Tu, la figlia del dottore, la sorella di quella lì che è proprio brava … “. Eh già … la figlia del dottore deve andare sempre bene a scuola. Figurarsi poi se ha una sorella che comincia a insegnare proprio in quella scuola!
Il paragone con quelli “bravi di famiglia” aumentava il mio senso di impotenza e di inadeguatezza. Io ci provavo a sedermi a studiare, ma sentivo di non riuscire. Non ce la facevo a concentrarmi. Le versioni di latino o di greco mi sembravano un groviglio di frasi arrotolate, un labirinto dal quale non riuscivo a uscire. Il più delle volte mi fermavo al secondo rigo. Mi sentivo incapace … A fine anno il risultato fu un disastro. Tre materie da riparare in settembre: latino, greco e matematica. D’estate volevo riscattarmi, mi ci misi d’impegno e … l’esame fu una catastrofe. Davvero rischiai la bocciatura. Eppure me la cavai.
Il primo giorno di scuola, poco dopo l’esame di riparazione, capitò qualcosa che ancora oggi, al solo pensiero, mi fa rabbrividire. Sulle scale del Liceo incontrai un insegnante che mi disse in tono rabbioso: “Ho fatto di tutto per farti bocciare!”. Ecco, questo è un perfetto esempio di quello che non esito a definire il “bullismo” degli insegnanti. Quel gusto di far male, quella voglia di umiliarti e farti sprofondare, tutto quello insomma che mi ha fatto odiare la scuola. Forse anche per questo ho scelto di non diventare insegnante … ma questa è tutta un’altra storia.
I tre anni successivi furono diversi. Perché? Nel gruppo di amici che frequentavo, c’era chi si fermava ad aspettarmi e a tendermi la mano. In particolare un’amica un po’ più grande si sedeva spesso accanto a me all’uscita di scuola. Per ascoltarmi.
Ogni tanto mi chiedeva: “Qual è il problema vero?”. Il problema vero non era la scuola, era tutt’altro. E finalmente avevo qualcuno che mi ascoltava. Intanto la sofferenza mi aveva fatto maturare: avevo acquisito maggiore consapevolezza in me stessa, riuscivo perfino a rimanere ferma qualche ora sui libri, senza per questo rinunciare alla vita.
Soprattutto avevo imparato che non ci si può arrendere al primo ostacolo. Portavo a termine le versioni di latino o greco, sia pur con qualche errore. E tuttavia, mentre i miei compagni che avevano lavorato sodo al biennio, andavano avanti senza tanti problemi, io ho dovuto sudarmi le mie conquiste, dall’esame di maturità alla Laurea. Ma ce l’ho fatta. E perdonate la presunzione, oggi nella vita e nel lavoro davvero non sono l’ultima arrivata.
Perché vi racconto tutto questo? Perché noi adulti dovremmo smettere gli abiti da “santoni”, scendere dalle nostre cattedre e metterci ad ascoltare. E voi ragazzi, se temete che nessuno vi ascolta … URLATE! Mio Dio, ho bisogno di un caffè.


Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco e scrivo in italiano per il web. Vuoi saperne di più? Basta un click





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