Le donne oggi e le femministe anni ’70
La tragedia dei femminicidi ci sconvolge. Quante donne oggi hanno paura e non osano parlare? Da vecchia femminista che ha vissuto gli anni ’70, avverto un senso di rabbia sempre più forte.
Intanto si celebrano giornate dedicate alle donne, ovunque si moltiplicano simboli, come panchine e scarpette rosse. Ma tutto questo serve davvero? Io sono molto scettica.
Dal mio archivio vi ripropongo un articolo di tre anni fa nel quale rivivo l’esperienza femminista degli anni ’70, le riunioni tra noi donne, il momento dell’autocoscienza. Poi tutto svanì. Ribelli e donne impegnate misero da parte i sogni. Ma data la tragicità del momento, non sarebbe ora di ricominciare?
Il collettivo femminista
dal vecchio blog: 26 marzo 2018
Ho riflettuto a lungo sull’opportunità di pubblicare questo post. L’argomento è molto delicato e può dare adito a malintesi. Eppure qualche riflessione vorrei farla.
Cominciamo dall’inizio. L’8 marzo, in occasione della giornata della donna, partecipo al Torrione di Forio a un incontro-dibattito sui movimenti delle donne, con particolare riferimento al ’68. Pochi giorni dopo, il 16 marzo, cade il 40° anniversario del rapimento Moro e della strage di via Fani, con conseguente attenzione dei media e dei social su quei tragici avvenimenti, di cui i giovani oggi – temo – sanno molto poco.
Due eventi che mi hanno trascinato indietro nel tempo, facendomi ripiombare nell’atmosfera di quegli anni che – qualunque sia la valutazione successiva – per me sono stati di straordinaria importanza.
Il Femminismo, innanzitutto. Il mio contatto con il movimento femminista non fu casuale. A metà anni ’70 – per quanto giovanissima – già partecipavo a un collettivo studentesco, che si collocava nell’area dell’ultrasinistra, pur senza vincoli con partiti o movimenti.
Di lì, la formazione di un collettivo femminista tra noi donne fu un passo quasi scontato. Avevamo una caratteristica, noi femministe di allora, che ci distingueva da altri movimenti di donne, come l’Unione Donne Italiane, che altro non era che la sezione femminile del partito comunista. Noi avevamo chiuso le porte agli uomini. Volevamo vederci solo noi, solo donne. E il frutto di quelle riunioni, di quel parlare confidenzialmente tra noi, me lo porto ancora dentro come una delle cose più significative della mia vita.
Erano tempi in cui le donne alle scuole medie e superiori erano condannate a portare un orrido grembiule nero, mentre i maschi, chissà perché, potevano vestire a piacimento. Erano anni in cui ti sentivi dire in famiglia “rifai il letto a tuo fratello, tu sei femmina e devi farlo, lui è maschio… “. Erano anni in cui di sessualità o di educazione sessuale, proprio non si poteva parlare. Erano anni in cui in famiglia una donna doveva solo ascoltare e ubbidire. Ed è chiaro che con il vento ribelle che era cominciato nel ’68, le donne non potevano continuare a star zitte.
A me da ragazzina piaceva giocare a pallone. Avvertivo quella mia passione come qualcosa di strano, quasi di brutto. Ecco, in quel gruppo femminista di sole donne, confidai questo mio imbarazzo. E non potete immaginare quanto sia stato bello sentirmi dire: “Ma chi l’ha detto che solo i maschi possono giocare a pallone?”. Ecco, sì, appunto.
Il movimento femminista, che all’esterno si esprimeva in cortei belli, colorati, creativi, per me è stato anche e soprattutto questo: quel momento di autoscienza, quel momento fatto di riunioni, chiacchierate, risate.
Tutto questo ha avuto vita breve. I movimenti ribelli e le Femministe poi sono usciti di scena. Perché? Le opinioni sono diverse.
Una mia compagna dell’epoca sostiene che sia stata la droga, l’eroina, a mandarci a casa. Perché alla fine degli anni ‘ 70 i mercanti di droga fecero scomparire marijuana e hashish per inondare il mercato di eroina, favorendo la diffusione della droga tra i giovani, anche tra quei giovani – donne e uomini – tanto impegnati in quegli anni. Certo, questa è una delle cause.
E tuttavia io sono convinta che ci sia stato un altro aspetto da non sottovalutare: Il terrorismo e la conseguente feroce repressione. Nel 1978, all’epoca dei tragici eventi di via Fani, io frequentavo il III liceo classico, di lì a poco avrei dato la Maturità. Sulle prime la notizia mi lasciò agghiacciata e senza parole, mi riusciva difficile analizzare i fatti. E d’altra parte la confusione era tanta. Nei giorni successivi, il quadro che andava delineandosi era davvero terribile. La DC, per arginare la sua fragilità, voleva fermezza. Il PCI, ingolosito dall’idea di andare al governo e dovendo allontanare ogni sospetto di vicinanza con i terroristi, voleva fermezza. Il PSI, indispettito dalla possibilità di un governo DC-PCI, voleva invece trattare con i terroristi. Dunque, la vita dell’ostaggio non doveva interessare granché nelle aule parlamentari e nelle sedi dei maggiori partiti. In tutto questo io sentivo crescere un senso di pesantezza opprimente.
Pochi mesi dopo, quando cominciai a frequentare l’Università a Napoli, quel senso di malessere prese corpo ancora di più. La gente non usciva la sera, c’era un clima di paura. E c’erano le leggi speciali: il fermo di polizia, l’interrogatorio senza avvocati, le perquisizioni. Quanti appartamenti di incolpevoli studenti sono stati perquisiti alle 5:00 del mattino? E se all’edicola compravi un giornale “rosso”, scoprivi che la gente intorno ti guardava male, quasi con paura.
Intanto, proprio agli inizi degli anni ’80 cominciava ad affermarsi la TV commerciale con tutta la sua demenzialità: W le donne, le TV delle ragazze, le ragazze pon pon. E mentre la donna ricominciava a comparire come “oggetto”, la gente, dopo la paura, scopriva la comodità della poltrona di casa. E da allora, non si è più rialzata.
Mi sono dilungata. Se mi avete letto sin qui, vi ringrazio. E vi aspetto per un caffè.
Nella foto: una copia del giornalino del collettivo studentesco
Fin qui l’articolo di tre anni fa. E ora? Perché non ricominciamo a incontrarci e a parlare?
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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