Procida: la nostra dirimpettaia
L’isola di Procida è sulla cresta dell’onda negli ultimi mesi. La sua nomina a capitale italiana della cultura per il 2022 ha suscitato curiosità, interesse e anche perplessità da parte di qualche turista. Eppure Procida ha tanto da raccontare. Ci sono stata quest’estate e conto di tornarci presto.
Ero stata solo una volta a Procida, molto tempo fa, da ragazzina, per la mitica Processione del Venerdì Santo. Da allora avevo salutato la nostra dirimpettaia solo da lontano, quando il traghetto o l’aliscafo sulla rotta Napoli-Ischia fa scalo a Procida, suscitando il fastidio di noi Ischitani che abbiamo sempre fretta.
Ci sono tornata quest’estate prima che esplodesse il gran caldo, in un mite pomeriggio di luglio, per la manifestazione Portoni aperti che consente a forestieri e residenti di entrare nei Palazzi storici dell’isola.
Comincio a raccontarvi questa passeggiata dalla fine. Siamo sul porto di Procida. Alle 21:45 arriva puntuale l’aliscafo da Napoli che ripartirà per Ischia dopo pochi minuti. Scendono tante persone. D’un tratto compaiono sulla passerella due giovani donne, ciascuna armata di trolley. Il marinaio stupito esclama: “Siamo a Procida!”. Le giovani annuiscono sorridendo. Non hanno sbagliato.
È inconsueto evidentemente che i turisti si fermino a Procida, di solito arrivano e scappano via dopo un giro frettoloso. Un vero peccato. Perché quando la nostra passeggiata è terminata, il mio primo pensiero è stato: devo tornarci quanto prima. E voglio fermarmi.
Procida con i vicoli, le Chiese, i Palazzi, la gente ha suscitato la mia curiosità. Rita, Anna Rosaria e io eravamo partite da Ischia intorno alle 17:00. La traversata in traghetto di circa 20 minuti era stata piacevole, il caldo non era soffocante. Più tardi ci raggiungeranno anche Isabella e Giovanni.
Sul porto tra qualche bar e il Circolo dei Capitani, noto una libreria. Conto di farci una capatina al ritorno per documentarmi sulla storia dell’isola. Ci sediamo in una piazzetta per bere qualcosa.
La manifestazione Portoni aperti inizierà a breve. Cominciamo a muoverci poco dopo lungo via Vittorio Emanuele, dove è situato il primo palazzo da visitare. “È ancora presto”, ci dicono. Noi, tranquille, proseguiamo la nostra passeggiata.
Tra i vicoli strettissimi, spicca una villa con alberi di limone coltivati a spalliera. Il profumo è inebriante. La cultura dei limoni a Procida è molto diffusa. D’improvviso le viuzze si aprono su un belvedere che consente allo sguardo di perdersi tra i mille colori del mare e delle case antiche. Siamo alla Corricella. Mi fermo ad ammirare il panorama con l’entusiasmo di una bambina. Non mi era mai capitato di godere di uno spettacolo simile da un’altra isola.
Il tempo di qualche scatto e scappiamo via. Abbiamo i minuti contati e tanto da vedere. Poco oltre in una Chiesa è esposto il famoso Cristo morto, protagonista della Processione del Venerdì Santo. Guardando l’immagine di quel corpo sofferente mi assale una strana emozione, tanto che non riesco a fotografare come vorrei. L’autore è stato identificato in Carmine Lantriceni, un pastoraio vissuto nel ‘700 di cui non si sa niente, se non che realizzasse statue di pastori in legno. Ma secondo una leggenda ancora molto diffusa la Statua sarebbe stata realizzata da un detenuto del Carcere di Procida. Certo l’ipotesi secondo cui quelle membra così sofferenti siano state scolpite da un ergastolano, per quanto falsa, è molto suggestiva. D’altra parte il Carcere e la Processione del Venerdì Santo rientrano in una storia eccezionale che Procida racconta. È una storia di persone, passioni, suggestioni, sofferenza e anche creatività.
I Palazzi
Proseguiamo verso l’alto tra i vicoli. Agli ingressi di quei palazzi antichi ci attendono ragazze che indossano gli abiti di Graziella. Le architetture sono tipiche dei palazzi gentilizi, i cortili interni ben curati, talvolta le strutture richiederebbero un’opera di manutenzione. Ma noi sappiamo bene quanto sia difficile mettere mano ai Palazzi storici.
All’interno di qualcuno dei portoni sono esposte opere di artigianato. Pare che a Procida fosse molto diffusa l’arte di lavorare a mano tra le donne che rimanevano in casa ad attendere gli uomini imbarcati sulle navi e assenti per mesi.
Un lavoro di ricamo su tela mi incuriosisce molto. Non sono esperta, non so quale sia la tecnica adoperata. Ma le opere mi sembrano bellissime per i colori che sfoggiano e la pazienza che denotano. Mi dicono che in passato la tela fosse lavorata al telaio dai detenuti del Carcere e poi commercializzata. Anche questa una storia da approfondire.
Tra i Palazzi che visitiamo, uno mi colpisce in particolare. È Palazzo Ambrosino che risale alla metà del ‘700 ed è tuttora abitato dai discendenti della famiglia. È il proprietario a farci da guida in un ampio salone al secondo piano nel quale sono conservati alcuni dipinti. L’autore è Francesco Ambrosino, detto Cecco da Procida (1909- 1961). Pare che sia stato il primo artista riconosciuto di Procida. E i discendenti sono molto attenti a custodire il Palazzo, provando a lasciare tutto integro per la memoria storica.
È quasi ora di far ritorno. Corriamo giù per i vicoli, facendo attenzione alle auto che passano. Un problema a Procida è certamente il traffico veicolare, poco consono alle caratteristiche viuzze.
Al porto mi rendo conto che la libreria è chiusa, perché come tanti altri negozi chiude presto. Ma io tornerò a Procida e mi tufferò tra gli scaffali a caccia di libri sulla storia dell’isola che deve essere ricchissima.
Il ritorno
Mentre attendiamo l’aliscafo facciamo una puntata al bar. Anna Rosaria non vuol saperne di lasciare Procida senza un cartoccio di lingue di suocera, il dolce tipico dell’isola: “Saranno ottime domani a colazione”, commenta.
Intanto Rita mi parla di un altro aspetto che non conoscevo. A Procida negli anni ’60 l’Istituto Nautico promosse un progetto straordinario per i tempi. Per favorire la frequenza di ragazzi di Ponza e Ventotene, che data la distanza non potevano muoversi da pendolari, si predispose che i ragazzi ponzesi e ventotenesi alloggiassero presso famiglie procidane. In questo modo si salvaguardava la frequenza dell’Istituto Nautico, si divulgava la cultura del mare e si creava anche un minimo indotto. L’articolo di Rita Bosso > 50 miglia nautiche tra Ponza e Procida è davvero molto interessante.
In conclusione mi permetto una considerazione. Mi giungono notizie di turisti che sono venuti qui, hanno fatto un giro di corsa, sono rimasti incantati dai panorami e dai colori, ma non hanno trovato la cultura. Non conosco le motivazioni precise di tali affermazioni, ma sono convinta che la cultura in un luogo come Procida non si venda sulle bancarelle. La cultura qui va cercata tra la gente, studiata nella storia.
Spero davvero che Procida non ceda alle lusinghe del turismo selvaggio, mordi e fuggi o da grandi resort. Quel tipo di turismo corrompe il territorio. Procida è una creatura che va scoperta poco a poco, trattata con delicatezza. Sono fiduciosa. I Procidani sono gente di mare, tengono molto alla loro identità.
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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Tanti complimenti per la nomina a capitale della cultura!
Come sono gli abiti di Graziella?
Tornerò presto a Procida. Farò delle foto. Troverò sicuramente gli abiti di Graziella!