Don Paolo, il presepe, gli zampognari
Cominciava a pensarci alla fine di novembre. Ogni anno il suo presepe era sempre più grande e aveva una novità., magari solo un ritocco. Non era in un angolo, piuttosto nell’angolo era relegato l’albero di Natale. Il presepe in casa aveva il posto d’onore all’ingresso: doveva accogliere gli zampognari e dare il benvenuto a chiunque entrasse in casa.
Era enorme quel presepe. Forse troppo grande per i giovani di casa che già guardavano al futuro. Ma nonno Paolo ci metteva passione.
Ai primi di dicembre si faceva sentire, bisogna andare in pineta a raccogliere e’ reppole e ‘e ruscaglie, il muschio e i ramoscelli di sottobosco adatti ad abbellire la scena. E noi piccoli, pronti con le ceste, andavamo nella vicina pineta. C’era sempre una pineta vicino alle case allora.
Poi don Paolo piano piano componeva la sua opera. Il tocco finale era la spalmata di faretiello ( la crusca), il mangime per le galline, per simulare il terreno sul quale si muovevano i pastori. Un cacciatore nel suo presepe non mancava mai. Era un controsenso, ma don Paolo amava la caccia.
In ultimo montava i fili della luce, facendosi aiutare perfino da un elettricista, tanto era elaborata la scena.
Cominciava a montare la sua opera il 9 dicembre, dopo la novena dell’Immacolata, quella che preannunciava il Natale e che cominciava a fine novembre per terminare il 7 dicembre. Quando gli zampognari arrivavano il 29 novembre, trovavano all’ingresso solo un quadro della Madonna.
Il montaggio del presepe durava giorni e costava fatica. Tutto doveva essere pronto per il 15 dicembre, quando gli zampognari tornavano per la novena di Natale.
Ma proprio con gli zampognari, Don Paolo litigava tanto. Venivano dall’Abruzzo, ma non vestivano più da zampognari, non indossavano più le loro tipiche calzature. E neanche la zampogna era più quella di una volta.
A me piacevano gli zampognari. Quello che suonava la ciaramella, accompagnava il suono della zampogna anche con il canto. E poi all’arrivo ci portavano le cucchiarelle di legno, opera artigianale del loro paese.
Nostalgia? Forse. Ma a dire il vero quello che mi manca di più è il profumo del muschio e l’aria pulita delle pinete. All’epoca a Ischia c’erano le pinete. E l’aria era buona.
Appunti di un viaggio nel passato
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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Bellissimo ricordo! Il presepe non è mai stato una tradizione in casa mia, lo confesso, e comunque non è molto diffuso in generale. Diverso il presepe napoletano, opera d’arte, manuale di storia e di sociologia, allegro e colorato pur nel suo essere solenne. E che eleganza! Avevo letto con molto gusto il libro di Marino Niola ed Elisabetta Moro
Sì, il presepe era molto diffuso nelle nostre case prima che il consumismo distruggesse le nostre tradizioni. Cercherò il libro di Marino Niola. Non lo conoscevo. Grazie!
Nostalgia?
Sì, per me tanta.
Mi hai fatto ripensare a mio nonno, a lui piaceva creare con il legno attraverso la tecnica del traforo e anche il suo presepe era pensato e curato.
Mi manca moltissimo.
Quindi anche da te, a Vigevano, c’è la tradizione del presepe?