Da Ischia in Argentina: zio Pupe’
A proposito di migranti italiani, noi di Ischia abbiamo tanto da raccontare.
La storia che vi racconto si riferisce all’ondata di emigrazione in Argentina che si verificò nel secondo dopoguerra. Il protagonista è mio zio, il fratello di mia mamma. Una storia che mi ha sempre profondamente commosso.
Una storia vera di emigrazione
pubblicato per la prima volta nel novembre 2017
Mi è venuta in mente una storia particolare in questi giorni guardando il mare un po’ agitato a Ischia Ponte. È quel mare di ponente o di maestrale che sbatte contro Vivara e torna indietro, fino a riabbracciare le nostre rive.
Zio Pupe’ – lo chiamavano tutti così, parenti e amici a Ischia – non era un amico del mare. Eppure il mare è sempre stato presente nella sua vita.
Era un giovane vigoroso. Una volta fu arrestato perché aveva mancato di rispetto a un gerarca fascista. Uscì di prigione solo per l’intercessione di una persona influente che lo conosceva e gli voleva bene.
Ben presto partì per il servizio militare, doveva essere il 1939. La guerra lo sorprese con la divisa indosso e per altri 5 anni rimase sotto le armi a combattere. Era un militare di terra, ma un giorno sciagurato il suo plotone doveva trasferirsi e prese la via del mare. Sulla nave zio Pupe’ era seduto in cabina assieme ai suoi commilitoni. D’improvviso uscì dalla cabina, forse perché chiamato da qualcuno o forse per quelle strane combinazioni della vita. Non appena fuori, quella cabina saltò per aria, colpita da una nave nemica. Morirono tutti, compreso il suo amico più caro. Dopo la guerra zio Pupe’ tornò a Ischia sano e salvo, ma non era più lo stesso. Quell’episodio in mare lo aveva segnato. Paura e smarrimento si mescolavano a un indicibile senso di colpa: non riusciva a darsi pace.
Ma la vita proseguiva, bisognava trovare lavoro anche se la realtà che lo circondava era davvero disperata. E lui, dopo tanti anni di vita militare, non aveva né arte né parte. Dopo qualche tempo prese la decisione: vado in Argentina. Un parente lo aveva “chiamato”, come si usava allora. Sì, è vero, per andare in Argentina era necessario che qualcuno, già residente nel paese sudamericano, fornisse garanzie alle Autorità locali.
Zio Pupe’ raggranellò un po’ di soldi e si preparò alla nuova avventura. Al porto di Napoli lo accompagnò mio padre. Poco prima di salire a bordo del bastimento che lo avrebbe portato in quella Terra assaje luntana, zio Pupe’ si aggrappò al braccio di mio padre, implorandolo: “Nun me lassa’, vieni cu’ me!”. Il mare gli faceva paura. Mio padre riuscì a tranquillizzarlo, gli disse che in Argentina lo attendeva una nuova vita, che non aveva niente da temere, che lì una persona lo aspettava e lo avrebbe aiutato. Zio Pupe’ partì, ma in Argentina lo attendeva una sorpresa amarissima. La persona che lo aveva “chiamato” lo accolse con una frase che gli gelò il sangue: “Ora stai tu con i panni che hai indosso”. Lasciato al suo destino, zio Pupe’ riuscì a reagire: trovò lavoro come scaricatore di porto e a bordo di qualche nave. Sì, c’era sempre il mare nella sua vita. Poi incontrò una donna, si sposò, ebbe figli. Ma aveva tanta nostalgia.
Io l’ho conosciuto alla metà degli anni ’70, quando, ormai anziano, trascorse a Ischia un’estate intera. Mi ricordo il suo fare bonario. E mi ricordo le sue lacrime nel momento in cui dovette ripartire. Non è più tornato a Ischia. Non riusciva a sopportare l’idea di tornare per poi separarsi ancora dalla sua isola. E trascorreva i giorni a guardare il mare.
Zio Pupe’ in realtà si chiamava Giovan Giuseppe. In Argentina gli avevano cambiato il nome in Josè.
Ripensando a questa storia, mi pongo una sola domanda: oggi zio Pupe’ sarebbe un migrante economico o un migrante politico? Non so.
Un abbraccio a tutti gli Ischitani in Argentina.


Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco e scrivo in italiano per il web








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