Ischia e Lipari: isole connesse
I Liparioti del Re è il libro di Vega de Martini e Gianfranco Napoli, presentato al Museo Diocesano di Ischia nell’ambito dei corsi di alta specializzazione storica e scientifica a cura del CEIC
Il volume, stampato a spese del Comune di Lipari, è un vero e proprio viaggio di conoscenza in storie ancora poco note.
La presentazione aveva stimolato la mia curiosità. La lettura mi ha fornito molti spunti di riflessione.
Ischia e Lipari sono isole connesse. Hanno in comune la bellezza della natura, con terra e mare che si abbracciano. La terra regala frutti saporiti a chi sa curarla. Il mare dona pesci in abbondanza se lo si ama. Le due isole si sono incontrate nel corso della storia anche per un episodio amaro, come vedremo.
Il focus del libro è incentrato su vicende ancora poco note di Lipari e in generale delle Eolie.
In primo piano è un corpo speciale di liparoti che fu al servizio dei Borbone dal 1773 al 1788. A istituire il Real Corpo dei volontari di Marina fu Ferinando IV che necessitava di giovani coraggiosi che lo accompagnassero nelle sue frequenti battute di caccia e pesca.
A questo punto è spontaneo chiedersi come mai Ferdinando IV per questi compiti non avesse scelto gli ischitani o i procidani. Non si riscontrano documenti in merito. L’ipotesi più plausibile è che il Re avesse riconosciuto nei liparoti esperienza e abilità marinare fuori dal comune. La scelta infatti dovette essere ben ponderata tanto che per alloggiare i marinai siciliani e le loro famiglie fu organizzato all’interno della Reggia di Caserta un quartiere apposito.
Attraverso questa storia si scopre tanto altro su Lipari e le Eolie, sullo spopolamento e poi la nuova colonizzazione, sulla capacità dei liparoti di rialzarsi e affrontare le avversità, sulle loro capacità marinaresche, in un’epoca in cui le vie del mare costituivano la maggiore possibilità di collegamento e comunicazione.
E grazie al mare i liparoti erano in contatto con Ischia
Quando nel1855 la crittogama si diffuse tra i vigneti dell’isola, distruggendoli, la notizia arrivò a Lipari. Dall’isola siciliana i fratelli Antonio, Giuseppe e Gaetano Sanfilippo si imbarcarono per raggiungere Ischia. Ai contadini ischitani offrirono la possibilità di cura per le viti. Lo zolfo, di cui la Sicilia era ricca, poteva costituire il medicinale giusto.
I contadini ischitani, già molto diffidenti, non avevano comunque possibilità di pagarli e proposero di saldare il conto solo dopo aver visto i risultati. La Chiesa avrebbe dovuto farsi carico almeno di parte delle spese. I fratelli Sanfilippo agirono, l’azione dello zolfo diede i suoi risultati.
Ma alla fine non furono pagati. La Chiesa si tirò indietro, asserendo che lo zolfo era un materiale infernale e che la malattia della vite era stata vinta solo grazie all’intercessione dei Santi protettori. I fratelli Sanfilippo che avevano investito nell’opera tutti i loro averi, rimasero in miseria. Giuseppe morì per la disperazione. In sua memoria, il fratello Gaetano prima di ripartire per Lipari fece costruire in un angolo di Ischia una lapide, dedicata alla Madonna di Terzito che si venera a Lipari. L’edicola è ancora visibile.
La vicenda è raccontata da D’Ascia nella sua monumentale Storia dell’isola d’Ischia, ma per anni era rimasta nell’oblio. Solo in anni recenti è stata riportata alla ribalta dallo studioso Nino D’Ambra, in occasione della riedizione dell’opera. Da allora, l’episodio viene spesso ricordato come una pagina davvero oscura di Ischia.
A proposito del rapporto della Chiesa con lo zolfo, mi piace ricordare la nota canzone popolare siciliana, “vitti na crozza”, nel quale la crozza, il teschio, racconta al passante di essere morto senza sentire il tocco delle campare. “Murivu senza n’toccu di campani”.
Coloro che morivano nelle miniere di zolfo non ricevevano i sacramenti.
Sono storie che colpiscono.







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