Noi, i ragazzi di via Antonio Sogliuzzo
Che cos’era per noi il gruppo? Ho provato a spiegarlo in questo articolo comparso su Il Golfo il 2 settembre 2011. Parlai di quella nostra esperienza a Ischia. Scrissi queste parole con le lacrime agli occhi: pochi giorni prima ci aveva lasciato Imma, una delle mie amiche e compagne più care. Lo avevo saputo in ritardo, perché ci eravamo perse.
Di quell’esperienza molto è andato perduto e non solo perché diverse persone non ci sono più. Alla fine degli anni ’70 quel modo di vivere, quella partecipazione, quella solidarietà, quella voglia di stare insieme tramontarono inesorabilmente. Fu per la droga? Fu per il terrorismo e la conseguente paura? Non lo so. Certo è che dagli anni ‘80 tutto il bello dello stare insieme è svanito, per lasciare il posto all’egoismo, all’IO.
Eppure, come leggerete negli ultimi righi, qualche traccia quell’esperienza l’ha lasciata.
Poco tempo fa, un’amica mi disse: “In ogni tua iniziativa, dal Centro Traduzioni al Al tavolo di Amalia al gruppo lettura, si nota sempre quella voglia di creare un punto di aggregazione”.
È vero, quella voglia di stare insieme, mi è rimasta dentro.
Undici anni dopo la scomparsa voglio ricordare con gioia Imma e tutte le altre persone che non ci sono più, come Franchino, Antonio, Pietro, Romeo, Giovanna
Noi …
Da Il Golfo, 2 settembre 2011
Mi siedo al nostro tavolo e giro e rigiro nel tazzina fumante. Non aspetto nessuno. Ho voglia di lasciarmi andare alle emozioni. Ho appreso per caso e con colpevole ritardo della scomparsa di una cara amica, una compagna di tanti anni fa. Si chiamava Imma, aveva 54 anni.
L’avevo persa di vista, non so quando, non so perché. A Lei ha già dedicato un toccante ricordo Giorgio Di Costanzo proprio su queste pagine. Anche io l’avevo conosciuta negli anni Settanta, al Circolo Culturale Libertario.
In via Antonio Sogliuzzo, proprio dove ove ora sorge una Banca, c’era un bar e lì a fianco, in un sottoscala, c’era quella sede che era diventata il punto d’incontro di tanti giovani. I ricordi mi tornano in mente alla rinfusa, eppure nitidi.
Erano gli anni delle assemblee, dei dibattiti, delle speranze. Avevamo formato un gruppo, un collettivo studentesco. Si parlava tanto allora. Ma eravamo anche capaci, pur giovanissimi, di organizzare cose straordinarie. Lo scambio dei libri scolastici usati, ad esempio. Sono ancora in tanti a ricordarlo. Era un modo per aiutare i figli dei proletari. Non si muovevano soldi, c’era solo tanta voglia di solidarietà. Uno degli slogan per presentare l’iniziativa era: “Puoi prendere senza lasciare niente in cambio e dare senza pretendere di ricevere”. E a cercare i libri, ammassati in quella piccola sede di via Antonio Sogliuzzo, vennero in tanti, pure quelli che ci consideravano male perché noi eravamo i ribelli, quelli che la domenica non andavano in Chiesa e che organizzavano manifestazioni di protesta, agitando il pugno chiuso e scandendo slogan anche molto duri.
Ovviamente i nostri genitori non ci capivano, chiusi come erano nei loro giudizi e pregiudizi. Per me, come per tanti altri, quello è stato un periodo di conflittualità familiare terribile. “Non è una compagnia per te”, sentenziavano i miei. Di una cosa sono convinta anche oggi che sono mamma: i genitori non capiscono mai i figli, se non quando sono ormai grandi. Noi all’epoca avevamo un giornalino, che stampavamo al ciclostile e distribuivamo gratis all’entrata della scuola. Su quel foglio riuscivamo a esprimere la nostra voglia di comunicare, di protestare, di far sentire la nostra voce, ma anche la nostra rabbia e la nostra amarezza.
In quel gruppo però, c’era anche la gioia di stare insieme.
In un pomeriggio di primavera, in un momento di risa e di scherzi, tra i cuscini delle sedie che volavano per gioco, d’improvviso tuonò la voce di Imma, mi pare ancora di sentirla: “Dobbiamo organizzare un controscuola rivoluzionario”. Ci guardammo tutti allibiti: “Ma cosa vuoi dire?”, le chiedemmo. “Organizziamo dei corsi gratuiti di recupero estivo per i ragazzi rimandati a settembre. Tante famiglie proletarie non possono permettersi il lusso di mandare i figli alle ripetizioni”.
E così alcuni di noi per un’estate intera dedicarono tempo e pazienza a ragazzi più piccoli in difficoltà con la scuola. Fu un’esperienza faticosa, ma esaltante. Tra di noi c’erano giovani davvero bravi e preparati … anche se i piccoli li fecero dannare.
Tutto questo per solidarietà, nessuno di noi pensava ai soldi, non c’era ancora la voglia di mercato, soprattutto non esistevano ancora parole come protagonismo ed egoismo.
Il nostro tempo invernale era scandito dalle proteste contro l’autoritarismo della famiglia e della scuola dei padroni; usavamo slogan forti. Lotta dura senza paura, era uno dei nostri preferiti. Lo gridavo anche io che pure ero terrorizzata al solo vedere un cagnolino che abbaiava scodinzolando. Ma di gridare contro i prof non mi spaventavo mai.
Una volta organizzammo un incontro con Carlo Cassola, uno scrittore di un certo livello che negli anni Settanta dedicò il suo impegno alla pace e al disarmo, scrivendo saggi e girando l’Italia per conferenze e dibattiti. Alla mia scuola, il Liceo classico, il Preside mi impedì di affiggere la locandina: “L’antimilitarismo non è materia di studio!”, fu la sua giustificazione. A tanta povertà e demenzialità arrivava la scuola di quell’epoca che oggi in tanti sembrano rimpiangere.
Tra noi del gruppo non mancavano i conflitti che anzi esplosero, quando noi ragazze decidemmo di costituire un gruppo femminista. I maschietti che pure in teoria approvavano le nostre rivendicazioni, facevano fatica ad accettare nella pratica quelle riunioni di sole donne, quei nostri momenti di confronto e di autocoscienza al femminile.
Come una favola bella ma senza lieto fine, l’epoca del Circolo Culturale Libertario tramontò alla fine degli anni Settanta.
Noi, i ragazzi di via Antonio Sogliuzzo, ci siamo persi. Eppure a me di quell’esperienza è rimasto tanto. Mi è rimasta dentro, ad esempio, la voglia di essere in un gruppo, in un collettivo. E infatti pur con tutte le difficoltà e gli egoismi di oggi, anche nel lavoro ho sempre provato a mantenere viva l’atmosfera del gruppo.
Certo Imma con quel suo sorriso triste e quei modi apparentemente burberi avrà perdonato la mia distrazione. Sono io che non so darmi pace. Vi do appuntamento alla prossima settimana per un buon caffè!
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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