Angiola Maggi: una prof indimenticabile
È stata una grande insegnante Angiola Maggi oltre che protagonista della vita culturale di Ischia. Quando la incrociai nella mia vita, si chiamava ancora Angiola Malagoli, dal cognome del suo primo marito. È stata la mia insegnante alle Scuole Medie. Era arrivata qui a Ischia dalla Lombardia, portando con sé tante novità, non tutte ben accolte in un’isola che allora era tanto conservatrice e bigotta.
Ci ha lasciato qualche anno fa, alla veneranda età di 90 anni. Era rimasta sola nella sua bella villetta, dopo la scomparsa del suo secondo marito Enrico Longobardi, persona di cultura e insegnante di matematica molto amato dai ragazzi. Vivevano alla Cappella, in via G. B. Vico, in una villetta immersa nel verde che lei, amante della natura, curava tantissimo.
Da quando Angiola Maggi ci ha lasciato, anche quella villetta non esiste più. La vita cambia, cambiano le persone, cambiano le situazioni. Eppure, mi sia concesso dire che alcuni luoghi andrebbero tutelati, pur nel massimo rispetto per il diritto di ciascuno di comportarsi come meglio crede. Sono i luoghi che parlano, raccontano, testimoniano l’identità e la storia di una località. Tuttavia, dovunque sull’isola si nota che noi Ischitani stiamo rinunciando alla nostra identità per far posto ad altro, al cemento, a quello che definiamo sviluppo. Ma siamo sicuri che questo tipo di sviluppo sia redditizio?
A prescindere da queste considerazioni generali, Angiola Maggi ed Enrico Longobardi meriterebbero un posto adeguato nella memoria storica di Ischia. Sono stati Maestri che hanno lasciato un segno indelebile nella vita dei loro allievi.
Oggi ripropongo alcuni miei vecchi articoli dedicati alla prof.ssa Angiola Maggi, che in quegli anni si chiamava ancora Angiola Malagoli. La Scuola Media che io ho frequentato dal 1970 al 1973 era situata in via Leonardo Mazzella, dove ora sorge l’Hotel S. Valentino
A scuola con Angiola Maggi
Il mondo era seduto insieme a noi
La nostra classe era al piano seminterrato. I banchi profumavano di antico: un unico blocco di legno, con posti per due e un piano inclinato con al centro il foro per il calamaio. Starci seduti per 4-5 ore al giorno non era molto comodo. E noi infatti spesso ci lamentavamo: “vogliamo i banchi nuovi“. Sapevamo che in qualche aula nei piani superiori c’erano i banchi belli, quelli con il tavolino e la sedia. “Perché noi no?”. Imparammo fin d’allora che nella vita esiste sempre un piano superiore. Due anni rimanemmo in quell’aula, finché finalmente la Preside non accolse le nostre “proteste” e ci spostò “in alto“.
Le nostre giornate in classe in fondo scorrevano veloci. Non erano solo chiacchiere e risate, o ansia per i compiti in classe e interrogazioni. Era la lettura del giornale, erano discussioni accese. Parlavamo di “società dei consumi“, di ecologia e perfino di ecocatastrofe. Talvolta la nostra attenzione si fermava su temi scottanti, come la libertà di culto, il divorzio. E in quelle discussioni già si delineavano posizioni abbastanza forti. Ripensandoci oggi, mi sento di poter dire che in quella piccola aula di un piano seminterrato, il mondo era seduto insieme a noi in quei banchi antichi.
Qualche volta capitava che la prof. Malagoli ci chiedesse di dividerci in gruppi e di fare sondaggi per strada. E così noi di pomeriggio ci armavamo di piccoli mangianastri e chiedevamo agli esterrefatti passanti: “Che cosa pensa della società dei consumi?“. Forse quello non era altro che un modo per farci vivere la scuola, la classe, al di fuori delle mura scolastiche e casalinghe. La strada in effetti all’epoca era ancora protagonista della nostra vita. E però, in casa mia cominciavano i mugugni. “Ma che dovete fare?“. La famosa frase: “È per la scuola!” non sempre funzionava. E in me si faceva strada una certa inquietudine …
La terza media
Quella strana inquietudine
Si avvicinava la fine dell’anno scolastico in quel 1973. Per noi la data era importante e non solo per gli esami tanto temuti. Stavamo per concludere la Scuola Media. Sapevamo che dovevamo dividerci, che di lì a poco non avremmo più condiviso quell’atmosfera di gruppo. La voglia e la gioia di diventare grandi talvolta prendevano il sopravvento. Ma, come sempre capita in questi casi, le sensazioni che provavamo erano un misto indescrivibile.
La Malagoli – sempre lei – ebbe un’idea. “Festeggiamo la fine di questo ciclo scolastico. Abbiamo trascorso tre anni molto belli insieme, è giusto festeggiare“. Inutile dire che l’idea ci entusiasmò. Si pensò a una cena. Non era consuetudine all’epoca organizzare cose del genere. Quello che oggi è un’abitudine consolidata, allora era una felice eccezione.
La prof, tuttavia, capì ben presto che qualcosa non andava. Aveva avuto sentore che qualche genitore avrebbe avuto qualche difficoltà a elargire soldi per un’allegra serata. E allora? Con un colpo di genio, la mitica prof tramutò in risorsa quello che poteva sembrare un problema insormontabile. Agendo con molta discrezione, senza sottolineare la situazione, ci fece una proposta: “Forse potete fare una cosa per non chiedere troppi soldi ai vostri genitori. Andate per strada, dividetevi in gruppi e cercate qualche lavoretto da fare. Non vi negheranno una piccola ricompensa“. Anche questa idea piacque molto.
“Noi andiamo al tennis club a fare da raccattapalle“, diceva qualcuno. “Noi possiamo aiutare il giardiniere“, faceva eco qualcun altro. Il lavoro di gruppo per strada era stato per noi di quella classe quasi un filo conduttore in quegli anni. Sapevamo che ci saremmo divertiti molto, facendo qualcosa di utile. È bene però sottolineare una cosa: a noi non interessava sapere se qualcuno tra noi avesse problemi economici. Almeno tra noi ragazzi non si dava tanta importanza ai soldi. Noi avevamo solo voglia di vivere, scoprire, divertirci.
Quando tornai a casa e tutta contenta e spiegai ai miei cosa dovevamo fare, mi arrivò una doccia gelata: “Cosa devi fare? No, non se ne parla proprio“. Fu un NO perentorio. “È per la scuola“, provai a ribattere. Niente da fare, quella frase magica che altre volte mi aveva dato buoni risultati, quella volta non funzionò. Fu il primo NO fermo, sordo, terribile. Ancora oggi me lo sento rimbombare nelle orecchie. Non riuscii a spiegarmelo e ancora oggi non riesco a capirlo.
I miei compagni riuscirono a raggranellare una bella sommetta. Soprattutto si divertirono molto. Il loro racconti a scuola mi fecero star male. La cena riuscì bene. Ma io negli ultimi giorni di scuola non fui più la stessa. Cambiai posto, scelsi un banco da sola vicino alla cattedra, mi rintanai in un angolo. Non so se i miei compagni capirono. I prof forse sì.
E la mia inquietudine cominciava a trasformarsi in rabbia …
Angiola Maggi ci portava anche in giro per Ischia. A questo proposito può interessarvi ⇒ La mia prima volta all’Epomeo
Questo il mio ricordo. Un’ insegnante così, una Maestra di vita, non può essere dimenticata. Speriamo che qualcuno nel mondo della cultura di Ischia raccolga il mio messaggio

© altavolodiamalia.com Collezione privata Laura Mattera Iacono 

Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco e scrivo in italiano per il web








Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!