Perché le donne non denunciano?
Sgomento, tristezza, dolore. Sono le uniche parole che mi sono venute in mente il giorno dopo la tragedia di Ischia. Tre persone morte, tra cui l’omicida-suicida. Una quarta persona versa in gravi condizioni.
Un femminicidio sfociato in strage. La vicenda ha riscontrato ampio risalto sui media e sui social. Tanti i commenti, molte le parole inopportune.
In questi casi ci si chiede spesso: ma perché le donne non denunciano? Si sostiene spesso che la denuncia serva a poco, perché viene sottovalutata dalle forze dell’ordine. Eppure proprio la denuncia è un passo indispensabile per ottenere un primo riscontro. Perché dunque le donne vittime di violenze, vessazioni, maltrattamenti spesso non denunciano?
Una risposta chiara è venuta da Cristina Rontino, operatrice antiviolenza, che sulla pagina Fb Al tavolo di Amalia, ha risposto a un commento in questo modo:
Molti si chiedono perché una vittima di violenza, pur essendo consapevole dei maltrattamenti subiti, non denunci. La risposta, dal punto di vista psicocriminologico, è complessa e affonda nelle dinamiche del controllo e della paura.
La violenza non è mai solo un atto fisico: è un processo di logoramento che nel tempo erode l’autostima, isola la vittima, le fa interiorizzare la colpa e la convinzione di non avere via d’uscita. È la cosiddetta “gabbia psicologica”, in cui la minaccia non è solo quella di subire altro dolore, ma di perdere tutto: la casa, i figli, la stabilità economica, persino la vita.
Dal punto di vista criminologico, sappiamo che l’atto della denuncia è percepito dalla vittima come l’innesco più pericoloso: l’aggressore può interpretarlo come sfida o tradimento, aumentando il rischio di escalation. Ecco perché molte donne esitano: denunciare significa spesso passare da una violenza “nascosta” a una violenza ancora più esplosiva e potenzialmente letale.
Il vero punto è che la vittima non manca di coraggio: manca di protezioni concrete, di reti sociali e istituzionali che la facciano sentire davvero al sicuro. Fino a quando la società non comprenderà che denunciare deve equivalere a essere immediatamente tutelate, la paura resterà più forte della parola.
Parlo da operatrice antiviolenza.
Cristina Rontino è Criminologa presso AICIS Associazione criminologi per investigazione e sicurezza e Responsabile Equipe multidisciplinare presso Punto D : Difesa dei Diritti delle DONNE
Ringrazio di cuore Cristina Rontino per aver acconsentito alla pubblicazione sul blog del suo commento. La mia speranza è che le sue parole possano avere la maggiore diffusione possibile
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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Una testimonianza preziosa che dovrebbe diventare parte dell’educazione, anche scolastica (esagero?). Sono impressionata dal fatto che l’atto violento definitivo sia solo l’epilogo di un lungo processo di logoramento psicologico, e anche manesco, che noi donne accettiamo per una condizione culturale di inferiorità così faticosa da estirpare. Ogni volta è una tristezza nuova, e ci si chiede quanta infelicità ci sia in giro, che non arriva (per fortuna, ma tant’è) all’epilogo tragico. Comunque, ogni svolta sono sgomenta
Perfettamente d’accordo, Paola
Le parole di Cristina sono esaustive oltre che efficacemente chiare, eppure continuano ad accadere episodi terribili. Ancora e ancora ..
Occorre una rivoluzione culturale. Ma siamo ancora lontani dal cominciarla.