Salvatore Ronga: Della casa al mare
Stavolta è capitato a me. Ho letto tutto d’un fiato il libro di Salvatore Ronga, Della casa al mare, edito da La Valle del Tempo. Non credo sia una buona pratica leggere in fretta. Tornerò tra quelle pagine e quelle parole. Ora voglio solo raccontarvi a caldo le mie emozioni.
La trama, innanzitutto. Siamo a metà anni ’90. Enrico, un giovane napoletano, torna a Ischia dopo dieci anni di assenza. Vuole vendere la casa al mare nella quale ha trascorso con la famiglia stagioni allegre e che ora è in stato di abbandono. L’ultima estate era stata drammatica: suo fratello minore era scomparso nel nulla. Dieci anni dopo, Enrico torna in quella casa, ha modo di incontrare i vecchi amici di Ischia, si lascia andare ai ricordi che tornano su nitidi. Enrico potrà finalmente ritrovare una parte di se stesso. E il mistero finalmente si risolve.
Il giallo, che tiene sospeso il lettore fino all’ultima pagina, a mio avviso è solo solo un espediente. Ad attirare la mia attenzione è stato altro.
C’è stato un tempo in cui Ischia – come molte località di mare – è stata il punto d’incontro estivo per giovani e anziani, gente di città e residenti. Ci si ritrovava dopo un anno: stessa spiaggia, stesso mare. Erano gli anni delle grandi compagnie, quelle per i giovani e quelle per gli anziani. I giovani cazzeggiavano per strada, i vecchi si ritrovavano a spettegolare sotto l’ombrellone e poi a un tavolo improvvisato per giocare a canasta. Erano gli anni degli amori sbocciati e mai vissuti, ma anche delle corna scontate tra il marito che viveva la sua villeggiatura nella libertà di casa sua in città e la moglie al mare con il resto della famiglia.
Villeggianti e residenti si mescolavano allegramente, per quanto esistesse qualche linea di confine, come il bianco delle divise da tennis, lo sport per signori. Toh, il bianco che ritorna nel racconto di Salvatore Ronga.
Dello stesso autore ti può interessare ⇒ Il mare bianco
Bellissime le minuziose descrizioni che ci riportano a un’isola di tanti anni fa, tra pinete, spiagge, ritrovi, spazi liberi. Oggi di quell’isola sono rimaste solo alcune tracce. Gli stessi turisti sono cambiati, arrivano in fretta, rimangono per il mordi e fuggi. Si viaggia molto di più, si può trascorrere un fine settimana dall’altro lato del modo. I tempi sono cambiati, certo.
Eppure scorrendo le pagine, una domanda mi si propone forte: che cosa è davvero cambiato in noi? Come mai non esistono più le comitive? Perché ci rifugiamo in casa?
La crisi adolescenziale, il momento di chiusura, esisteva anche all’epoca. Amalia, la sorella di Enrico, si chiude in camera ad ascoltare sempre la stessa musica, tanto da beccarsi il continuo rimbrotto della mamma: “Quando io ero giovane dovevo inventarmi cento inciarmi per poter uscire … ora invece c’è tutta questa libertà. Forse questo è il problema, c’è troppa libertà, siete troppo liberi”.
Anche allora il linguaggio dei giovani era lontano da quello dei vecchi. “Certo voi giovani parlate proprio male”, dice la mamma. “L’importante è che ci capiamo tra di noi”, ribatte Enrico.
Sono parole che sembrano pronunziate oggi. Eppure allora i ragazzi alla fine uscivano dalle loro tane per vivere nei loro spazi anche i momenti di crisi. Oggi sembra tutto molto più complicato. Che cosa è davvero cambiato?
Siamo soliti riversare tutta la colpa sulla tecnologia. Tuttavia ho il sospetto che cellulari, social, internet siano solo un modo di giovani e anziani per riempire un vuoto, una solitudine nella quale ci siamo costretti. Il benessere ci ha fornito strumenti che si sono rivolti contro di noi. Abbiamo costruito muri, non solo metaforici, occupando gli spazi della libera aggregazione. Abbiamo riempito le nostre case di tv di ogni dimensione, paghiamo abbonamenti infiniti per sederci davanti allo schermo a guardare serie tv o interminabili partite di calcio.
E quel che è peggio, noi anziani ci mescoliamo ai giovani, pestiamo loro i piedi, invadiamo quel poco che resta dei loro spazi, pretendiamo di organizzare il loro tempo e perfino di guidare le loro proteste. Abbiamo sottratto ai ragazzi la libertà di organizzare autonomamente una festa, una partita di calcio o di pallavolo. Eppure intelligenza e capacità non mancano loro. Il problema siamo noi vecchi.
In tutto questo giovani e anziani comunicano nella stessa modalità. Chat e social per ogni età hanno sostituito le piazze e le strade. Ed è qui che a volte maturano parole forti, persino violente, che a mio avviso rivelano la rabbia repressa per una libertà perduta. Tra l’altro comunicando a distanza, si smarrisce l’importanza del linguaggio e delle gestualità del corpo, del rossore, per esempio …
Poi c’è lo sballo
E chissà come mai, gli episodi di violenza si moltiplicano.
Sono andata troppo oltre? Può darsi.
In ogni caso a me il libro è piaciuto tanto.
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
Per info ⇒ Contatti












Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!