Il turismo che divora
L’esperienza al Campania Libri Festival è stata anche l’occasione per una passeggiata nel centro di Napoli, come desideravo da tempo. Recentemente ero stata in città solo di passaggio, per andare altrove.
L’ultima volta che mi ci ero fermata è stato un po’ di tempo fa. Il Napoli stava per vincere il suo terzo scudetto grazie a un campionato trionfale. Passeggiando per i vicoli imbandierati, tra gente sorridente ed entusiasta, mi era sembrato che Napoli volesse condividere quella gioia incredibile con il mondo intero. Era come se l’intera città volesse scrollarsi di dosso quel senso di rassegnazione per l’ineluttabilità della sconfitta.
I turisti erano ben accolti e sembravano integrarsi in quel tripudio di colori. Il murale dedicato a Maradona attraeva, senza per questo diventare troppo ingombrante. D’altra parte la città – anche allora- permetteva di godere dell’entusiasmo per la vittoria imminente e allo stesso tempo di apprezzare mostre, eventi culturali, visite in angoli meravigliosi. Da quelle giornate – mi ero recata a Napoli in più di un’occasione – avevo tratto l’impressione che la città stesse salvaguardando la propria identità, pur nelle criticità che già si avvertivano.
Questo allora. E oggi?
L’impressione è stata completamente diversa.
Sono in compagnia di un gruppo di amici. L’appuntamento in fiera alle 11:30 ci consente una sosta comoda per un buon caffè. Intorno alle 10:00 scegliamo un bar in piazza che vanta storia e tradizione. È un lusso che abbiamo voglia di concederci.
Il caffè è buono, come i dolci che i miei compagni di viaggio consumano con piacere. Il servizio tuttavia lascia davvero a desiderare. Senza addentrarmi nei dettagli, posso dire che i camerieri erano frettolosi e approssimativi. Avevo di quel bar un ricordo diverso, con un servizio attento a ogni dettaglio “Ma è lo specchio dei tempi”, mi dicono. I tavolini sono pieni di gente. Sembra che si pensi alla quantità , mentre storia e tradizioni siano relegate in un angolino dimenticato.
Appena ci alziamo dal nostro tavolo, ecco che arrivano a frotte persone che vogliono venderci qualcosa di “tipico”. “Maradò, Maradò” è il refrain. La scena si ripete quando, terminato l’appuntamento in fiera, decidiamo di concederci una buona pizza prima di ripartire.
Proprio nei paraggi è situata una pizzeria storica. La ricordavo come la tipica trattoria con un’ottima cucina e un’accoglienza squisitamente napoletana, spiritosa al punto giusto, ma mai invadente.
All’ingresso del vicolo che ci conduce alla pizzeria, diverse persone ci indicano – si fa per dire – questa o quella trattoria. Liberarsi dalla morsa è complicato, ma riusciamo.
Arriviamo finalmente alla meta prescelta e anche qui la sorpresa non manca. Il locale sì è ampliato, ha tante piccole sale. E fin qui, tutto bene. Ma ecco che arriva il chitarrista che pretende di essere ascoltato e applaudito. Le sue insistenze sono fastidiose. Chitarre e mandolini non sono mai mancati nei locali napoletani, ma un tempo la loro presenza era molto più discreta.
Succede un po’ dovunque. Scene simili avvengono in tante città e certo anche a Ischia. “È lo specchio dei tempi. Il turismo oggi divora tutto”. È vero. Io però avevo sperato che Napoli si salvasse.
La pizza? Era ottima. Almeno quella si è salvata.










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