Quel pianto all’improvviso
Sono trascorsi 11 anni dalla scomparsa di mio padre, Agostino Mattera Iacono, il Dottore. Ogni anno il dolore si rinnova.
In Storia del doppio cognome e Lo chiamavano Pagliuchella, vi ho raccontato parte della sua vita. Ora vi propongo qualcosa di diverso, il rapporto tra me e lui. È la storia di un rapporto difficile, come spesso capita tra genitori e figli
Dal vecchio blog 23 settembre 2019
Scoppiai a piangere. Fu un pianto improvviso, quasi inspiegabile. Eravamo in Chiesa, tanta gente mi si fece intorno temendo perfino che mi sentissi male. Le lacrime mi soffocavano.
Il giorno prima ero stata coraggiosa. Quando mi avevano chiamato, ero salita su di corsa per le scale del mio studio, poi per quelle di casa. Lo vidi lì, sdraiato su quel divano. Prima di lasciarci, mi sembrò perfino che sorridesse. Non ne poteva più di quella vita. Non riusciva più a stare incollato su quella poltrona. La malattia lo aveva consumato. “Succede quando si vive più del dovuto”, era solito dire.
Sapevo che ci stava lasciando, ero pronta, preparata. E al momento del suo saluto, fui io la forte, la coraggiosa. Ebbi parole di conforto per tutti. Poi, il giorno dopo, il crollo. E per mesi, forse per anni, non riuscii a darmi pace.
Mi mancavano le partite del Napoli vissute davanti allo schermo insieme con lui. Mi mancavano le sue parole, i suoi racconti. Mi mancavano i suoi incitamenti. “Scrivi!”, mi disse una volta in tono quasi perentorio. Avevo più di quarant’anni ed era la prima volta che approvava e apprezzava quello che facevo.
“Lo hai perso quando lo avevi ritrovato”, fu il commento di una persona cara. Ed era vero. Ci siamo ritrovati troppo tardi mio padre e io. Per tanti, troppi anni, i nostri conflitti sono stati profondi. Da bambina soffrivo per le sue assenze. Era sempre impegnato, sempre di corsa. Ero solita scrivergli letterine che gli lasciavo sulla scrivania. Diventai sua paziente anche io pur di vederlo correre da me . E lui correva, aveva parole dolci anche per me, come per tanti altri bambini per i quali era il Dottore buono.
Proprio all’inizio della mia adolescenza successe qualcosa di strano, di inaspettato almeno per me. Era la metà degli anni ’70. Ischia era bella e terribile. La povertà stava lasciando il posto al benessere, i turisti riempivano le nostre case, le nostre strade, le nostre tasche. La gente cominciava a guadagnar bene. Merito di Rizzoli, si dice. Ma alla crescita economica non aveva fatto riscontro un minimo di crescita culturale. Il pettegolezzo, le dicerie, il perbenismo di facciata erano il piatto forte della quotidianità.
Proprio in quegli anni, quando l’Italia e l’Europa erano scosse da movimenti giovanili che predicavano pace, giustizia, uguaglianza, io cominciai a frequentare le scuole superiori. Entrai in contatto con qualche gruppo, con un collettivo di studenti. E ne parlai a casa, convinta che mio padre avrebbe perfino approvato.
Che ingenua! Lessi subito nel suo sguardo meraviglia e disapprovazione. E da quel momento cominciò una guerra terribile. Io non capivo cosa facessi di male. Eppure le sue parole si fecero dure, i suoi sguardi truci.
A volte mi parlava con dolcezza, ma non provava mai ad ascoltare. La sua condanna per le persone che frequentavo fu netta, dura, senza appello. Ho scoperto solo in seguito che si fidava di quanto gli riferiva la gente: “Sono terroristi, persone senza Dio”. Niente di tutto questo, naturalmente. Ma ogni volta che mettevo il naso fuori di casa, qualcuno portava la “spia”.
In tempi più recenti ho anche scoperto che aveva avuto ampie rassicurazioni da parte di intellettuali e persone di spicco: “Sono bravi ragazzi, non fanno niente di male”. Non ci fu niente da fare. Era irremovibile.
E allora cominciarono urla in famiglia, inseguimenti e scenate per strada. Alla fine, la spuntò lui. Io tornai all’odiata normalità. Mi isolai, diventai triste.
A diciotto anni, conseguita la maturità, accarezzai il sogno di andar via. Volevo iscrivermi a una Università lontano da Napoli. Ischia mi soffocava. Ma non ebbi il coraggio di realizzare il mio sogno e mi iscrissi a Napoli. Furono anni comunque belli, quelli universitari. A Ischia tornavo il meno possibile. Intanto qualcuno mi consigliò di recuperare il rapporto con lui. Provai. E fu un errore. Non era ancora il momento di recuperare, sarebbe stato molto meglio separarsi per poi ritrovarsi dopo, molto prima e molto meglio di quanto non sia avvenuto.
Mio padre e io ci siamo ritrovati solo quando lui, ormai malato, si fermava a lungo con me a raccontare. Mi aspettava la mattina o la sera per parlare. Durante quei nostri incontri talvolta coglievo un po’ di imbarazzo in lui. Non me lo ha mai detto esplicitamente. Ma credo che si fosse reso conto che in quegli anni aveva quanto meno esagerato. Mio padre è scomparso il 23 settembre 2010. E io ancora oggi mi sorprendo a piangere.
Dedico questa storia a tutti i genitori e a tutti i figli. Se è difficile essere genitori, è altrettanto difficile essere figli. I genitori devono imporre regole e farle rispettare. Ma devono anche imparare ad ascoltare. E i figli devono imparare a seguire la propria strada, anche se le scelte sono dure e difficili.
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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Un ricordo profondamente BELLO.
Una emozione leggerlo.
Un dolore pensare al padre, tuo, mio.
GRAZIE per questa meravigliosa condivisione di vita.
Grazie a te per averla letta!