Rizzoli e gli Ischitani
Dopo l’arrivo di Angelo Rizzoli a Ischia, l’isola abbandonò l’agricoltura. Oggi probabilmente ci pentiamo di quella scelta. A questo proposito ecco cosa dice un contadino che interviene in seguito all’articolo di mio padre che uscì sul Golfo nell’aprile del 2010 e che vi ho riportato sul blog in 6 parti ⇒ Ischia e le sue terme
La risposta del contadino è comparsa nel maggio del 2010 per la rubrica Al tavolo di Amalia, e contiene a mio parere importanti spunti di riflessione. Come vi ho accennato a più riprese su queste pagine, il dibattito sulle conseguenze dell’intervento di Angelo Rizzoli a Ischia è ancora molto animato e io spero che di poter dare un contributo.
Per guardare al futuro è necessario che Ischia si volti indietro e comprenda gli errori
Un contadino racconta
Il Golfo, maggio 2010
contenuto aggiornato
Con la bella stagione si comincia a lavorare, per fortuna. Tutti abbiamo sempre tanto da fare. E, come è inevitabile, i nostri incontri si diradano o diventano frettolosi. Talvolta mi capita di non trovare nessuno al nostro tavolo. Mai però rinuncio a sedermi di fronte al Castello per gustare un buon caffè a Ischia Ponte.
Una mattina, mentre mi apprestavo a vivere da sola il mio rito quotidiano, mi si avvicina un signore anziano che con modi affabili mi rivolge una domanda: “ Scusate… Vuie sit’ a’ figlia du Dottore?” Annuisco sorridendo. Il signore che ha tutta l’aria di avere qualcosa da dirmi, si accomoda al tavolo e mi offre il caffè. Accetto volentieri l’invito e mi appresto ad ascoltarlo.
“Vostro padre è un grande medico – esordisce – ha lavorato con la testa, ma soprattutto con il cuore! Gli bastava guardarti in faccia per capire cosa avevi. E poi non diceva mai no a nessuno. Correva sempre! Ma come faceva?” Sorrido senza rispondere. E’ una domanda che mi son sempre fatta pure io.
Ma il signore non sembra voler perdersi in smancerie. Pare piuttosto avere qualcosa di importante da dirmi:
“Ho letto le belle cose che vostro padre ha scritto su Rizzoli. Ha proprio ragione. Rizzoli ha fatto tanto… però…”.
Ha un attimo di esitazione, sorseggia il caffè, poi prosegue:
“Io non sono convinto che Rizzoli abbia fatto proprio del bene a Ischia… ma non vorrei che vostro padre ‘se pjasse collera, sentendo ‘sti parole’”.
Lo tranquillizzo. Mio padre non è tipo da arrabbiarsi per questo.
E il signore confortato continua:
“Vedete, qui a Ischia prima di Rizzoli, non c’era il benessere. Noi lavoravamo la terra. E quanta fatica ci costava. I risultati erano scarsi, è vero. Però noi eravamo abituati a lavorare guardando lontano. Perché, vedete, la terra ti insegna ad avere pazienza. I frutti non si vedono mai subito. Ma quando arrivano, hanno tanto sapore”.
Mentre il vecchio racconta, cresce la mia curiosità. Ma dove vorrà arrivare? Il racconto è accattivante:
“Quando si piantavano le viti, si scavava per mettere le radici un metro e mezzo sotto terra. Noi volevamo che la vite durasse nel tempo, perché le radici sotto terra trovavano acqua anche nella stagione calda, quando non piove mai. Quella vite non seccava facilmente”.
Ha bisogno di fermarsi di tanto in tanto il signore. Forse perché le sue parole sono cariche di passione:
“Quando è arrivato Rizzoli, tutto è cambiato. Sono arrivati ‘e signur’, i turisti, che ci hanno portato tanti soldi. E noi abbiamo abbandonato la terra. Soprattutto abbiamo pensato che si può guadagnare facilmente, senza sforzo e senza sudore. Anche io ho fatto questo sbaglio”.
Parla quasi a fatica il signore, preso dai ricordi. Ogni tanto sorseggia la sua bevanda.
“Rizzoli era nato povero… lo ha scritto vostro padre. Ma quando è arrivato a Ischia, era ricco. E, chissà, forse noi abbiamo pensato di poter diventare come lui! Vedete, questi forestieri che sono venuti da lontano, come Rizzoli, ci hanno portato il benessere, ma noi non abbiamo imparato niente… anzi, abbiamo perso l’umiltà e siamo diventati sfacciati e arroganti”.
Mi sembra un po’ esagerato sinceramente, ma il signore continua a ruota libera:
“Il lavoro nella terra non rendeva molto. I cambiamenti a Ischia erano necessari, ma dovevamo conquistarceli noi, un poco per volta, come facevamo con i frutti della nostra terra. Invece Rizzoli ci ha portato l’uovo ‘mmunnato e ‘buono e ora a Ischia sta seccando tutto… non solo la vite. Anche i turisti ci stanno abbandonando”.
E conclude:
“Rizzoli ci ha regalato l’ospedale. Ed è stata una grande cosa. Perché una volta se avevi un’appendicite, ti dovevi operare in casa. Ve lo ha mai raccontato vostro padre? Quanta sofferenza, mamma mia! Però… se quell’ospedale, l’avessimo costruito noi, con il sudore della nostra fronte, con la nostra fatica, l’avremmo apprezzato di più”.
Le affermazioni del vecchio mi colpiscono nel vivo. Mi sento quasi mortificata. Non oso ribattere. Il vecchio si alza piano, mi tende la mano per salutarmi e aggiunge:
“Tutti quanti noi vogliamo tanto bene a vostro padre… mi raccomando, non mancate di portargli i miei saluti”.
Quando sta per andarsene, si volta ancora e mi dice:
“Non ve ne dimenticate, ci tengo molto… mi raccomando”.
Riesco solo a balbettare un’espressione che sa tanto di antico: “State servito!”.
Presa da quelle parole pronunziate con tanta dolcezza, eppure tanto amare, ho dimenticato di chiedere al vecchio il suo nome. Mio padre si arrabbierà molto per questo. Che dite, mi perdonerà?
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Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo contenuti per il web







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