Il suo insegnamento più grande
Mio padre, Agostino Mattera Iacono, è stato un medico molto amato a Ischia. È nato il 15 marzo 1922 ed è scomparso il 23 settembre 2010. Quest’anno dunque ricorre il centenario della nascita.
Io proverò a ricordarlo su queste pagine con racconti inediti, ma anche proponendo alcuni suoi insegnamenti che considero vere e proprie frecce da lanciare verso il futuro.
Il nostro rapporto è stato caratterizzato da conflitti e incomprensioni, come capita spesso tra genitori e figli. Eppure quello che lui mi ha insegnato è rimasto un punto cardine nella mia vita. Cercherò di spiegarvi di cosa si tratta anche attraverso qualche episodio.
Io lo vedevo correre di giorno, di notte, a Pasqua, a Natale, senza mai badare troppo alle apparenze. Lo guardavo stupita da tanta energia ed ero orgogliosa quando qualcuno mi diceva “Site ‘a figlia du dottore?”. Un orgoglio, tuttavia, che non è mai sfociato in vanità o in senso di superiorità. Anzi.
D’altra parte avevo in lui un esempio ferreo da questo punto di vista: non lo avevo mai sentito anelare a lussi o esibire la condizione sociale che si era faticosamente guadagnato.
Io di lui ricordo solo la fatica. Ecco, per me fare il medico significava faticare.
Ben presto mi resi conto che tra il suo modo di intendere la Medicina e quello che succedeva intorno, si stava scavando un solco profondo.
Un giorno mi capitò …
Napoli, inizi anni ’80. Avevo poco più di vent’anni, frequentavo L’Orientale di Napoli. Una mattina infuocata di luglio mi capitò di assistere a una seduta di Laurea di Medicina. Mi guardai intorno. Rimasi sconcertata. Molti dei laureandi avevano un atteggiamento che mi sembrava addirittura irritante, esprimevano una prosopopea che andava ben oltre l’ovvia gioia per il raggiungimento di un traguardo importante. Erano giovani impettiti fino all’inverosimile con genitori che sfoggiavano abiti d’alta moda. Non tutti ,certo. Io accompagnavo una persona tranquilla, una delle poche per la verità. Ma quei giovani così impettiti sembravano principini che arrivavano a corte con il loro codazzo di baroni e baronesse.
Avevo già notato in precedenza, varcando la soglia della Facoltà di Medicina, che l’atmosfera che vi si respirava era diversa da quella consueta in altre facoltà universitarie. Mi sorprese ad esempio constatare che i bidelli si rivolgevano agli studenti del primo anno con l’appellativo di dottore. Come è possibile?
In quegli anni alla Facoltà di Medicina si accedeva ancora liberamente. Il famigerato numero chiuso non era stato ancora istituito. I giovani potevano evitare di affrontare quei discutibili quiz, che oggi sottraggono tempo, risorse ed energie, senza contare poi le spese che diverse famiglie si accollano ricorrendo a studi legali in caso di non ammissione del loro pargolo.
Era anche allora una facoltà costosa. I libri di testo ad esempio erano molto cari. Le tasse universitarie, tuttavia, erano accessibili e per i meno agiati esistevano comunque facilitazioni.
Ma fu proprio in quei primi anni ‘80 che alcuni gruppi di persone molto influenti cominciarono ad esercitare pressioni affinché la facoltà di Medicina fosse a numero chiuso. Erano gruppi che non pensavano minimamente di esercitare la loro influenza per migliorare le strutture universitarie e sanitarie. No. Questi gruppi chiesero e ottennero che la facoltà di Medicina fosse “chiusa” o meglio fosse la vincita a un “quiz”, o, ancora meglio, un privilegio per pochi. Le conseguenze oggi sono sotto gli occhi di tutti.
Mio padre era contrario al numero chiuso. “La selezione può essere naturale”, diceva sempre. Ma perché vi sia una selezione naturale, è necessario aiutare i giovani “a scoprire la loro attitudine” fin da ragazzini. I giovani devono essere messi in condizione di scegliere liberamente se iscriversi o meno all’Università ed eventualmente a quale facoltà. “Oggi i ragazzi sono soggetti alle pressioni dei genitori che sognano il figlio dottore” – mi diceva spesso sconfortato – quanti ne ho visti andare poi in depressione perché sentono di deludere le aspettative familiari”.
La soluzione che lui proponeva sembra perfino banale: “Bisogna restituire dignità al lavoro manuale. Se un giovane mostra attitudine per un lavoro manuale e non per lo studio, bisogna incoraggiarlo, non mortificarlo”. La sua idea era semplice: “troppo spesso i ragazzi affollano inutilmente le facoltà universitarie, pur non essendo portati per lo studio”. Se invece potessero seguire la loro strada, avrebbero sicuramente successo. Un elettricista, un falegname sono importanti quanto un medico o un ingegnere e possono guadagnare altrettanto bene.
Un esempio è lampante. Se in un ospedale l’impianto elettrico non è all’altezza, il miglior chirurgo non potrà operare al meglio.
Mi sembra di sentirlo ancora oggi: “Bisogna capire che non esistono professioni di prestigio e mestieri umili. Esiste la persona. Esiste il lavoro”.
Ecco, l’insegnamento che io mi porto nel cuore: l’umiltà
Sono Laura Mattera Iacono. Traduco dal tedesco in ambito giuridico e scrivo in italiano per il web. Su questo blog racconto Ischia tra chiacchiere e caffè. Scrivo contenuti per il web per aziende turistiche di Ischia, Procida, Capri e Napoli
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Un grande uomo e un grande insegnamento, che io condivido.
E trovo che l’idea di far conoscere il suo importante operato in occasione del centenario della nascita sia stupenda.
Complimenti davvero!
Grazie Claudia.
Un compito difficile. Spero di farcela